Sul difficile rapporto tra la Chiesa cattolica e la democrazia liberale

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Sul difficile rapporto tra la Chiesa cattolica e la democrazia liberale

26 Marzo 2009

In queste pagine ho spesso contrapposto due diverse concezioni della democrazia, laica e secolarizzata, l’una, etica e pedagogica, l’altra. In base alla prima, la democrazia è un valore solo come strategia di pacificazione, un marchingegno istituzionale, non certo iscritto in rerum natura, per far convivere una pluralità di cittadini, di gruppi, di credenti che hanno diversi interessi e concezioni del mondo ma che nondimeno ritengono vantaggioso unirsi in una ‘comunità politica’ – lo Stato, nazionale o federale che sia – e sono disposti, in conseguenza, a pagare lo scotto della rinuncia a tradurre (tutte) le loro convinzioni morali in leggi vincolanti ‘erga omnes’. In base alla seconda, la democrazia è un valore solo se eleva materialmente e spiritualmente i cittadini, realizzando un ‘bene comune’ ottenuto attraverso il superamento del loro egoismo, del loro ‘particulare’. Naturalmente ci sono vari modi di definire il ‘bene comune’ ma tutti discendono da un’etica cognitivista ovvero da doveri e prescrizioni di condotta che si desumono da un ordine che trascende i desideri, le passioni, i capricci, se si vuole, degli individui. Per i tradizionalisti, le leggi debbono limitarsi ad “aggiornare” quanto ci hanno lasciato in eredità gli antenati, in fatto di costumi, di credenze, di rapporti familiari e comunitari: siamo quelli che ci hanno fatto i nostri progenitori e l’infedeltà alla loro memoria comporta la perdita irreparabile dell’identità. Per gli illuministi, al contrario, le leggi debbono fondarsi sulla Ragione, il cui esigente setaccio, non può tollerare pregiudizi e superstizioni: il compito dei moderni Soloni è quello di far entrare la luce del giorno anche negli angoli più riposti della vecchia società e della stessa personalità umana, guastata da secoli di cattiva educazione. Per i seguaci delle religioni monoteistiche, le leggi debbono modellarsi sugli ‘eterni veri’, conformarsi all’immagine del cosmo, dove, come scrive il divino poeta, “Le cose tutte quante/ Hanno ordine tra loro, e questo è forma/Che l’universo a Dio fa somigliante”. Per i ‘socialisti scientifici’, infine, le leggi debbono riflettere il divenire incessante della Storia: “noi siamo vissuti dalla Storia”, come diceva Antonio Labriola e ogni allontanamento dalle sue strade maestre si paga con la condanna all’insignificanza, alla prigione solitaria delle ‘anime belle’ – è la ragione profonda che portava socialisti e comunisti, nel secondo dopoguerra, all’obbedienza cieca nei confronti di Stalin: con tutte le sue ‘contraddizioni’, l’Unione Sovietica era l’avamposto della rivoluzione mondiale e il suo indebolimento avrebbe ritardato, se non compromesso, il raggiungimento della meta.

La democrazia liberale, intesa come registrazione degli interessi (in un senso più ampio che ricomprende anche i ‘valori’) e non come elevazione, è compatibile con l’etica cognitivista e con le quattro modalità sommariamente individuate? La prima, quella tradizionalista, ovviamente, è fuori questione: una società statica, fondata sul principio che meno si cambia meglio si sta, perché dovrebbe consultare i sudditi sui lavori di mantenimento della vecchia casa? Con le altre modalità, le cose cambiano sensibilmente, ma, a ben riflettere, non vanno poi molto meglio. Chi, per il suo mestiere di ‘philosophe’, è in grado di conoscere i precetti della “recta ratio” perché non dovrebbe rivendicare un potere e un’autorità sui suoi simili almeno finché essi non siano abbastanza illuminati da far da sé, di muoversi con le loro gambe? La distinzione tra la ‘volontà generale’, istintivamente volta al bene pubblico, e la ‘volontà di tutti’, coacervo di richieste e di desideri contraddittori – una distinzione riapparsa in altre meno lontane dicotomie, ad es. paese legale/paese reale – esclude la democrazia come onesto sondaggio delle aspettative diffuse nella società civili: e quando non se ne può fare a meno, per i disastri causati da altre forme di governo (monarchia assoluta, monarchia costituzionale, bonapartismo etc.) si provvede a neutralizzarne gli impulsi individualistici e antisociali con una massiccia opera di ‘acculturazione repubblicana’ affidata alle scuole, dalle elementari alle università . Un discorso analogo va fatto per le avanguardie proletarie, che abbiano conquistato il potere : in ossequio ai ‘ludi cartacei’ – la superstizione parlamentarista che Marx già nel 1848 rimproverava ai montagnardi francesi che non si erano schierati col popolo insorto contro i suoi reazionari ‘rappresentanti’ – si può correre il rischio che una maggioranza elettorale conservatrice fermi i lavori di edificazione della società socialista?

Col cattolicesimo il discorso si fa più complesso ma, alla luce delle grandi encicliche dell’800 e del 900, l’accettazione piena e incondizionata della democrazia liberale, laica e secolarizzata, è tutt’altro che scontata. E’ non poco significativa, sotto questo aspetto, l’analisi dell’Evangelium vitae’, dettata da Giovanni Paolo II il 25 marzo 1995. Nel paragrafo 69, quella concezione del governo del popolo e dei diritti della maggioranza che Alexis de Tocqueville vedeva all’opera in America e che si fondava su un assunto fortemente contestato da Antonio Rosmini–pur suo grande estimatore-, viene inequivocabilmente condannata come un errore se non come una rivolta contro natura. “Nella cultura democratica del nostro tempo – scrive Woytila – si è largamente diffusa l’opinione secondo la quale l’ordinamento giuridico di una società dovrebbe limitarsi a registrare e recepire le convinzioni della maggioranza e, pertanto, dovrebbe costruirsi solo su quanto la maggioranza stessa riconosce e vive come morale. Se poi si ritiene addirittura che una verità comune e oggettiva sia di fatto inaccessibile, il rispetto della libertà dei cittadini — che in un regime democratico sono ritenuti i veri sovrani — esigerebbe che, a livello legislativo, si riconosca l’autonomia delle singole coscienze e quindi, nello stabilire quelle norme che in ogni caso sono necessarie alla convivenza sociale, ci si adegui esclusivamente alla volontà della maggioranza, qualunque essa sia. In tal modo, ogni politico, nella sua azione, dovrebbe separare nettamente l’ambito della coscienza privata da quello del comportamento pubblico>.

E’ uno ‘stile di pensiero’ che mette in ombra la ragione fondamentale che, sulla base della libertà e della dignità degli individui ‘uti singuli’, giustifica la conta delle teste: l’incertezza ontologica in cui sono immersi gli uomini, le loro istituzioni, i loro valori—un’incertezza che il cristiano potrebbe riportare alla ‘caduta’ e al ‘peccato originale’. Se principi come il rispetto della vita, l’eguaglianza, la pace etc.—sui quali siamo tutti d’accordo—si stagliassero sui nostri orizzonti umani come le Alpi nelle limpide giornate di Primavera, che bisogno ci sarebbe di consultazioni elettorali, di partiti, di contese di uomini e di programmi? Quanti hanno la chiara visione di quelle montagne dovrebbero avere il diritto e il dovere di governare gli altri. Se si va ai voti, invece, è perché ci sono questioni altamente controverse che dividono le intelligenze e che non riguardano beni che tutti reputano essere tali (pur se li apprezzano e li gerarchizzano in maniera differente) ma le loro interpretazioni. Siamo tutti contrari alla guerra e nessuno di noi, pertanto, riterrebbe giusto impadronirsi, con le armi, delle risorse di uno stato confinante indebolito da mortali conflitti intestini, ma da questo caso estremo in poi tutto diventa opinabile e già il concetto di ‘legittima difesa’ potrebbe dividerci: è giusto destinare più risorse alle forze armate, sottraendole ad altri ministeri? Se un paese ci è ostile, il diritto di accoglienza per i suoi cittadini in cerca di lavoro va o non va severamente limitato? Qualora si interpellassero i cittadini su questo punto, non metteremmo ai voti—come credono gli integralisti—il male della guerra contro il bene della pace, non costringeremmo i nostri connazionali a scegliere tra Cristo e Barabba, ma solo a pronunciarsi su una <interpretazione> : dei possibili modi di perseguire la pace quale deve venir preso in considerazione in una legge dello Stato, ben ferma restando la possibilità di errore iscritta nell’idea stessa di ‘interpretazione’?

"In realtà, osserva il Papa, la democrazia non può essere mitizzata fino a farne un surrogato della moralità o un toccasana dell’immoralità. Fondamentalmente, essa è un ‘ordinamento’ e, come tale, uno strumento e non un fine. Il suo carattere ‘morale’ non è automatico, ma dipende dalla conformità alla legge morale a cui, come ogni altro comportamento umano, deve sottostare: dipende cioè dalla moralità dei fini che persegue e dei mezzi di cui si serve. Se oggi si registra un consenso pressoché universale sul valore della democrazia, ciò va considerato un positivo «segno dei tempi», come anche il Magistero della Chiesa ha più volte rilevato. Ma il valore della democrazia sta o cade con i valori che essa incarna e promuove: fondamentali e imprescindibili sono certamente la dignità di ogni persona umana, il rispetto dei suoi diritti intangibili e inalienabili, nonché l’assunzione del «bene comune» come fine e criterio regolativo della vita politica."

 A svolgere il principio fino alle sue estreme conseguenze, viene meno il secondo pilastro della democrazia liberale, la distinzione tra ‘azioni esterne’ e ‘azioni interne’, la rinuncia <pro bono pacis> a portare l’interno più impegnativo e grondante di valori e di passioni morali all’esterno, a farne il fondamento della legittimazione di uno stato o di un governo. Su questa via, il potere temporale della Chiesa diventa del tutto superfluo: la spada di Damocle della delegittimazione, infatti, penderebbe su tutti i provvedimenti legislativi in contrasto col magistero della Santa Sede e la laicità liberaldemocratica si scioglierebbe come neve al sole. Contro lo Stato sovrano, tentato dal giacobinismo, ha fatto rilevare Lucien Jaume, i cattolici si richiamano alla ‘libertà di coscienza’, contro l’individualismo liberale all’autorità spirituale. Libertà e autorità si scambiano le parti: non sono valori o disvalori in sé ma antidoti efficaci per neutralizzare i diversi veleni diffusi nel corpo sociale. E’ il potenziale inconsapevolmente liberticida del giusnaturalismo, cattolico o laicista che sia: il <bene comune>, dipanato nei sacri testi o nelle riflessioni dei filosofi atei e ‘naturalisti’, si converte nel non riconoscimento del responso popolare e nel ‘repechage’—i cui equivoci non si metteranno mai abbastanza in luce—della ‘tirannia della maggioranza’.Sennonché certe posizioni sono un’arma a doppio taglio, se non un boomerang.

Se proprio si vuol parlare di ‘diritti naturali’ come ‘metron’ideale delle leggi ordinarie se ne dovrebbe riservare il marchio ai principi generali sui quali si è depositato il consenso generale (peraltro dopo battaglie secolari:v. la schiavitù, la condizione d’inferiorità della donna etc.) :non ha alcun senso, invece, invocare i ‘diritti naturali’ quando sono in gioco questioni giuridiche e dilemmi etici che dividono non i buoni cittadini dai cattivi, gli onesti dai disonesti, ma persone ragionevoli che, in perfetta buona fede, si richiamano a diverse filosofie e teorie scientifiche. Se per la ricordata incertezza cui siamo condannati come uomini, viene esclusa la possibilità di un discorso intersoggettivo–razionale e inconfutabile–relativo , ad esempio, al come intendere il <rispetto della vita>, non resta che rifugiarsi nell’ipotesi che <quattro occhi vedono meglio di due> sicché quello che pensano e propongono i più forse è più sensato di quello che pensiamo e proponiamo noi. L’essenziale è che non ci sia nulla di irreparabile e che si possa tornare un domani alla carica e con le nostre buone ragioni portare la maggioranza dalla nostra parte. Questa composizione pacifica dei conflitti è ripugnante per quanti fanno di ogni questione bioetica controversa una ‘battaglia di civiltà’, liquidano con la <reductio ad Hitlerum> chi non la condivide–v. le opposte ma affini battaglie dell’’Osservatore Romano e di ‘Repubblica’— e vedono nel ricorso alle urne qualcosa di analogo alla messa ai voti dell’Olocausto o del ritorno dell’Inquisizione. La loro pericolosità non sta nelle conseguenze che fanno derivare dalla promozione di un valore—ad es., dalla difesa della vita il divieto di abortire—ma nella pretesa di sottrarre al dibattito pubblico comandi e divieti che non tutte le persone ragionevoli e coscienziose sono disposte a blindare nel santuario costituzionale dei diritti indisponibili.(Per la Chiesa il ‘diritto alla vita’ dell’ovulo fecondato, per Ronald Dworkin, il ‘diritto’all’adozione gay non dovrebbero neppure venir messi ai voti).

Forse, per venirne fuori, si dovrebbe ripensare a un’altra caratteristica cruciale della democrazia liberale, l’esercizio di umiltà, consistente nel dovere di prendere in considerazione i pareri di tutti i nostri simili in virtù sia della loro dignità che della loro fallibilità. In nessun pensatore tale nesso ha trovato una formulazione più anticonformista di quella contenuta in una lettera di Giuseppe Capograssi alla moglie Giulia: "Il problema della libertà—scriveva il grande giurista cattolico– sta tutto qui: il problema della libertà e della democrazia, così imponente nell’epoca moderna, non significa altro che questo, cioè che nessuno può arrogarsi il diritto tremendo di pensare e dirigere per gli altri, ma che invece il più sicuro è di affidarsi alla volontà di tutti, di affidarsi alla volontà della maggioranza, in modo che si possa essere sicuri di arrivare a una soluzione che non sia troppo difforme dall’interesse generale. La cosa è molto semplice, e qui sta tutta la profonda umiltà di questo movimento. In fondo, in tutte le cose, la volontà degli uomini è cosa sacra, è cosa santa, è valore alto, è il più alto valore, e perciò bisogna prima di tutto sentirla, bisogna prima di tutto conoscerla, e farla. Ecco tutta la democrazia: ecco tutta la umiltà moderna, ecco tutta la politica moderna: non ci sono altri misteri, non ci sono altri segreti: la cosa è molto semplice, e si riduce, tutto il costituzionalismo moderno, a un immenso esperimento di umiltà, a una immensa dichiarazione di umiltà". E’ difficile non leggervi la condanna ante litteram di ogni tentazione teocon.