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Sul futuro di Napoli pesano ancora tanti dubbi e poca fiducia

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Parola d’ordine: rinnovare. La città di Napoli viene da anni difficili che hanno acuito i problemi atavici che l’affliggono e accresciuto la percezione dei cittadini di abbandono e anarchia esistente. Queste elezioni si pongono come un passaggio fondamentale di discontinuità con il passato, aspetto ripreso da tutti i candidati, compresi quelli che in qualche modo hanno un naturale legame con l’amministrazione cittadina del recente passato.

Per tali ragioni tutti i candidati a sindaco si presentano come il nuovo, portatori di un rinnovamento che è esigenza ineluttabile per disegnare un futuro di riscatto. Intanto, l’unica cosa certa è che questo rinnovamento dovrebbe passare dalla ricandidatura di ben 48 dei 60 consiglieri uscenti, molti dei quali direttamente coinvolti nel governo della città nella passata consiliatura.

L’immagine di Napoli è quella di una città mortificata, umiliata, ma non al punto da far riemergere il suo orgoglio. Le candidature dei principali contendenti sono arrivate alla conclusione di un lungo e sofferto travaglio che ha coinvolto i principali partiti. Nessuno degli aspiranti sindaci ha lavorato e presentato un progetto concreto per la città, frutto di anni di impegno e lavoro sul territorio. L’improvvisazione era individuabile nei raffazzonati  siti di presentazione sin dalla loro pubblicazione, nei quali – per giustificare l’assenza di un programma – si è usata la formula, fin troppo abusata, di aprire uno spazio rivolto ai cittadini per scrivere insieme la proposta di governo. Perché "partecipazione è condivisione", perché "partecipazione è libertà". E anche un po' retorica illusione.

In questo modo i temi caldi del dibattito politico si sono trasformati in banali e retorici slogan figli di una comunicazione politica standardizzata, con un tema al giorno affrontato nei vari incontri pubblici. Così in sequenza ogni candidato si è cimentato nell’affrontare il tema dei rifiuti, della circolazione, dello sviluppo imprenditoriale, del rilancio del turismo, di Bagnoli, dello sport, dei giovani, delle donne, della cultura e così via. Tutti con una ricetta semplice, immediata, in grado di rivoltare la città come un calzino. La mancanza di risorse, usata insistentemente dalla passata giunta per motivare il più totale immobilismo, è un aspetto che nessuno dei candidati tocca: oggi “Napoli è un paradiso e servirebbero pochi giorni per farlo riemergere”, ma dopo l’insediamento a Palazzo S. Giacomo del nuovo sindaco, si può star certi, la città tornerà a mostrarsi per quella che è, un inferno senza speranze nel quale non si riescono a garantire le condizioni minime di vivibilità.

Uno scenario sconfortante che è peggiorato nel corso della campagna elettorale. De Magistris ha saputo coagulare solo le forze più arrabbiate della società, imbarbarendo il dibattito e il clima politico. La violenza è diventata fisica in seguito a una rissa scoppiata tra studenti di sinistra e giovani di estrema destra legati all’ex centro sociale Casa Pound, con un candidato nelle liste del centrodestra finito in ospedale per un trauma cranico e alcuni giovani feriti. Da quel momento si sono vissute ore di grande tensione, con l’aggressione nel centro storico di Gianni Lettieri ad opera di estremisti di sinistra, che, schermandosi dietro la definizione di antifascisti, hanno pensato bene di trasformare un corteo di protesta in un assalto alla sede del PdL nei pressi di piazza Dante, dando vita a una indegna guerriglia con le forze dell’ordine. Per fortuna i toni si sono abbassati e gran merito va dato ai due principali candidati della contesa elettorale, Lettieri e Morcone (candidato del Pd).

Proprio quest’ultimo, ex prefetto, persona stimabile, paga due fattori che lo pongono in una situazione di grande difficoltà nei confronti del rivale a sinistra, l’outsider De Magistris: la pacatezza che lo fa apparire troppo debole agli occhi degli elettori e la continuità con un passato che in questa città è visto con terrore. La rottura tanto auspicata con il passato non è mai avvenuta e il PD, che già aveva gestito in maniera pessima lo scandalo delle primarie-farsa di inizio anno, non ha saputo voltare pagina rinunciando all’abbraccio pericoloso di Bassolino e, soprattutto, dei bassoliniani. Ovvero con quanti sono identificati come i portatori di un sistema affaristico-clientelare che ha affossato Napoli nel corso degli anni.

Gianni Lettieri, imprenditore chiacchierato per il suo passato non propriamente folgorante, a lungo presidente dell’Unione Industriali di Napoli, ha avuto la capacità di definire un piano di interventi e progetti - almeno sulla carta – in grado di dare una scossa all’economia e allo sviluppo della città, riscuotendo l’apprezzamento di una parte dell’intellighenzia di sinistra. Ma deve fare i conti con l’asfissiante incombenza del principale partito che lo sostiene, il PdL, e del suo leader regionale, Nicola Cosentino. L’impossibilità di smarcarsi da questa tenaglia logorante, alla lunga, potrebbe finire per bruciarne la spinta innovatrice.

La debolezza del Terzo Polo e la scarsa visibilità del suo candidato, Raimondo Pasquino rettore dell’Università di Salerno, riduce la lotta per i due posti del ballottaggio a Lettieri, Morcone e de Magistris, con gli ultimi due a giocarsi una partita tutta interna alla sinistra e al futuro della coalizione a livello locale. Le altre candidature, come al solito numerose a Napoli, hanno il sapore delle macchiette o dei riempitivi, praticamente assenti dal dibattito politico sia per un sistema mediatico chiuso, sia per l’inconsistenza delle candidature stesse, compresa quella di un ex ministro e leader nazionale di partito come Clemente Mastella, paracadutatosi a Napoli dalla natia Ceppaloni.

Napoli è l’emblema di un paese prigioniero della sua antipolitica che riversa nella campagna elettorale il vecchiume dal quale non riesce a liberarsi. Qualunque sia l’aspirante alla carica di sindaco o di consigliere, non cambiano le liturgie della campagna elettorale, quasi come se le parti in causa fossero chiamate a recitare fatalmente una parte coerente col ruolo assunto. I cittadini pretendono impegni e promesse? E ogni candidato non si esime dal produrle come simbolo del proprio impegno politico; la società civile è un richiamo cui non si può rinunciare? Quale che sia questa parte che ama contraddistinguersi sotto il marchio “società civile”, viene chiamata in causa al fianco di questo o quel candidato in modi e misure non meglio identificate. La sensazione alla fine è quella di un coinvolgimento di gruppi di potere che scommettono sul vincitore al fine di garantirsi un posto al sole in caso di vittoria, così da ottenere agevolazioni, finanziamenti, incarichi nella futura giunta.

Nella recente presentazione del libro “Robin Hood a Palazzo San Giacomo”, scritto dall’economista e professore universitario Riccardo Realfonzo ed edito da Pironti sulla sua breve esperienza di assessore al bilancio del Comune di Napoli, il magistrato Raffaele Cantone ha evidenziato come “la spaccatura tra politica e cittadini che emerge è inquietante e la sensazione è quella di una amministrazione costituita da cacicchi che difficilmente saranno messi in discussione dal successore della Iervolino“. Un sistema di potere che ha eretto un muro di gomma contro il quale ci si scontra, senza riuscire minimamente a scalfirlo. Perché, come lucidamente osservato dal prof. Paolo Macry, “Napoli è ormai una città senza politica, senza cioè forme di organizzazione che costruiscano prospettive strategiche, alleanze sociali, pragmatiche valutazioni del recente passato e poi valori pubblici, idee di stato e di mercato, di diritti e di doveri”. Un deserto all’interno del quale si muovono candidati molto diversi, ma tutti espressione della stessa natura. La Napoli che uscirà dalla contesa elettorale sarà figlia di quella che ci lasciamo alle spalle,fatta di programmi irrealizzati, problemi irrisolti, se non irrisolvibili, degrado civile e morale. L’auspicio è che il punto più basso sia stato già toccato, ma solo la storia ci potrà fornire la risposta.

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