Sul Kosovo è ora che l’Ue decida una volta per tutte

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Sul Kosovo è ora che l’Ue decida una volta per tutte

20 Novembre 2007

Il
tempo per risolvere il problema Kosovo sta per scadere. E’ prevista infatti per
il prossimo 10 dicembre il rapporto del cosiddetto gruppo dei tre, formato da Ue,
Usa e Russia, che dovrebbe fare luce sulla questione suggerendo delle proposte
concrete. Più il tempo passa, però, più si allontana la possibilità di adottare
soluzioni chiare per dare alla provincia serba uno status definitivo. Mentre
l’orologio ha accelerato il proprio passo dopo l’esito delle elezioni parlamentari
di sabato scorso.

Il
risultato del voto indica che i kosovari vogliono l’indipendenza. La vittoria
dell’ex capo del famigerato Esercito per la liberazione del Kosovo (Uck) – che ha
ottenuto il 34 per cento dei voti – ne è la prova. Il suo Partito democratico
del Kosovo – finora rimasto sempre all’opposizione – ha fatto dell’indipendenza
la propria bandiera e lo slogan elettorale alla fine risultato vincente. Lo
stesso Thaci ha ribadito varie volte (lo ha fatto anche commentando i risultati
delle elezioni) che con o senza l’approvazione della comunità internazionale
avrebbe ufficializzato la secessione non appena l’ennesimo round negoziale
fosse giunto al termine. La situazione quindi si fa sempre più complessa, anche
perché dalle urne è uscita sconfitta la formazione ritenuta più moderata. La
Lega democratica del Kosovo (Ldk) – il partito fondato dal defunto leader carismatico
ed ex presidente della provincia Ibrahim Rugova – ha raccolto il consenso di
meno di un quarto dei votanti. Questo, in pratica, sta a significare che la linea
dei kosovari si è ulteriormente irrigidita ed è meno propensa al dialogo e alle
concessioni.

Al
quadro così disegnato, va poi ad aggiungersi la montante disaffezione dell’elettorato
locale, tradottasi in un elevato astensionismo, dovuto principalmente alla precarietà
della situazione economica e sociale, dalla quale il Kosovo stenta ad uscire e
che appare, oggi più che mai, esasperata dall’incertezza politica sia sul piano
interno che su quello internazionale. Anche i pochi serbi (circa 200 mila) che
ancora vivono nella parte settentrionale della provincia, hanno disertato le
urne, incoraggiati dai numerosi appelli lanciati negli ultimi giorni dai loro
leader sia a Pristina che nella madrepatria. Da parte loro, le autorità di
Belgrado ufficialmente non vogliono sbilanciarsi e attendono l’evolversi della
situazione e le reazioni dei “grandi”, in primo luogo dell’Ue.
Proprio una settimana fa, grazie alla firma dell’Accordo di stabilizzazione e
associazione con la Serbia, da Bruxelles era arrivato un importante segnale
interpretato come possibile spiraglio negoziale.

Tuttavia,
i 27 preferiscono non azzardare giudizi frettolosi, ma è altresì evidente che
il responso delle urne in Kosovo non fosse quello sperato. Il tema è stato
naturalmente al centro delle discussioni del Consiglio Affari Generali e
Relazioni Esterne che si è svolto nelle ultime ore a Bruxelles. I ministri
degli Esteri dei paesi membri dell’Ue hanno assunto un basso profilo e non si
sono limitati a esprimere una certa “delusione”  per la bassa affluenza ed il boicottaggio ad
opera dei serbi. Nelle conclusioni del vertice, i capi delle diplomazie europee
hanno “esortato” serbi e kosovari “a mostrare maggiore
flessibilità e invocano una intensificazione degli sforzi da parte di tutti per
arrivare ad una soluzione concordata”. Tutto ciò alla luce della necessità
di risolvere il problema in tempi rapidi.

I rischi
da evitare sono due e la soluzione – come d’altronde ha ribadito l’inviato
speciale dell’Onu Martti Ahtisaari – è il raggiungimento di una “posizione
comune” dell’Ue, in modo da prevenire un nuovo congelamento del conflitto e
la sua trasformazione in una spirale pericolosa simile all’attuale situazione
palestinese. Quello di cui la questione del Kosovo necessita adesso è una
proposta concreta, un’”invenzione” della diplomazia europea che possa mettere a
tacere i fin troppi dissidi, scongiurando al contempo qualsiasi atto
unilaterale. Molto dipenderà dall’incontro odierno tra i rappresentanti di
Pristina e Belgrado, sotto l’egida dell’ambasciatore tedesco nonché rappresentante
speciale dell’Ue nella “troika”, Wolfgang Ischinger. E’ vero anche
che molto dipende dalla Russia e dagli Usa, ma quello che i governi europei
devono tener ben presente è che l’instabilità perpetua è la soluzione peggiore
per i Balcani occidentali che non sono più un’area al di là dei confini,
emarginata nella periferia dei grandi eventi, bensì un vero e proprio enclave
nel ventre europeo.