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Dopo l'Eurogruppo

Sul MES e l’Europa la risposta è nei numeri: diamoli!

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Eurogroup finance ministers meeting at the European Council in Brussels, Belgium on Mar. 20, 2017. / Συνεδρίαση των υπουργών οικονομικών της Ευρωομάδας στις Βρυξέλλες στις 20 Μαρτίου, 2017

L’accordo tra i ministri delle finanze UE sugli strumenti di intervento per fronteggiare la crisi da Covid19 può essere variamente giudicato. Per poterlo fare con cognizione di causa, è necessario partire dando – letteralmente – qualche numero.

Spogliando l’evento dalla drammatizzazione che ha caratterizzato l’epifania notturna attesa da settimane, e prescindendo da annunci minacciosi di posizioni contrapposte, emerge che l’accordo prevede il ricorso a tre strumenti.

Il primo, e più rilevante politicamente, è costituito dalla linea di credito erogata dall’ormai famigerato MES. Per stemperare l’originaria opposizione di alcuni Stati si è chiarito che l’attivazione del cosiddetto “fondo salva Stati” non richiederebbe quella rigorosa condizionalità che tale meccanismo presuppone per il controllo delle finanze nazionali; però, questa previsione sarebbe limitata agli interventi per l’emergenza sanitaria.

Niente “sconti” quindi per interventi a sostegno dell’economia o per il rilancio produttivo, ma soltanto per la “prima linea” epidemiologica, certamente essenziale di fronte ad una pandemia. Sennonché, la capacità di questo strumento è comunque limitata entro il 2% di PIL per ciascuno Stato. Per il nostro Paese, dunque, una cifra che – senza contare il tracollo del prodotto interno lordo nel 2020 che non siamo ancora in grado di stimare – benevolmente potremmo ritenere attestarsi intorno, al più, ai 38 miliardi di euro.

Va però precisato che questo presuppone, evidentemente, l’adesione piena al Trattato MES; cioè il superamento di ogni perplessità e opposizione che fino a qualche mese fa sembrava pesare sulle valutazioni delle forze politiche italiane, e che invece in questo modo dovrebbe essere necessariamente archiviata. Inoltre, dettaglio non del tutto insignificante, la partecipazione al MES comporta per l’Italia un onere di contribuzione al capitale sottoscritto in base alla partecipazione al capitale versato dalla BCE. In sostanza, ai 704 miliardi di euro del capitale complessivo del MES, l’Italia deve contribuire con 125,3 miliardi di euro, di cui 14,3 effettivamente versati, costituendo il terzo Paese per numero di quote del capitale (17,7%) dopo Germania e Francia. 

In sostanza, ci impegniamo definitivamente a sottoscrivere 125,3 miliardi (di cui 111 circa da versare ancora) per sperare di poterne ottenere in prestito (a tassi di mercato) nella più rosea delle previsioni non più di 38, a patto però (e cioè a condizione) di utilizzarli solo per specifiche finalità (emergenza sanitaria). 

Altro capitolo presentato come un successo strategico è l’intervento affidato alla Banca Europea degli Investimenti. Si tratterà di garanzie attivabili per prestiti alle imprese, per un volume massimo complessivo di 200 miliardi di euro. Anche qui, però, occorre proiettare l’entità dell’intervento sulla quota potenzialmente spettante all’Italia. Che pare non superiore a 32 miliardi di euro. Cifra certamente significativa, utile, ma forse non risolutiva come ci si aspettava. Se non altro perché in questi stessi giorni abbiamo scoperto – non senza apprezzato stupore – che lo strumento di garanzia pubblica attivato tramite SACE (quindi in una dimensione tutta nazionale) attraverso il cosiddetto “decreto liquidità” consentirebbe di sviluppare una capacità di finanziamento fino a 200 miliardi di euro (questa volta per la sola Italia), con una copertura finanziaria di 1 (uno) miliardo di euro. Come a dire che si stima una certezza di rimborso dei finanziamenti (commissioni e interessi inclusi) tramite il meccanismo SACE del 99,5%. Senza contare i paralleli interventi moltiplicati nella legislazione nazionale recente tramite Cassa Depositi e Prestiti e le altre istituzioni finanziarie attivate, fino a mobilitare la cifra dichiarata di 400 miliardi di euro. Il parallelo strumento attivato tramite BEI, pur potendo operare simultaneamente in tutti i Paesi UE non avrebbe lo stesso tasso di leva finanziaria e conta sulla creazione di un fondo di garanzia europeo di 25 miliardi; come risultato, con una dotazione complessiva di 200 miliardi, finirebbe per proiettare la sua capacità di copertura alle imprese italiane per 32 miliardi circa.

Poi, a livello europeo, ci sarebbe la possibilità di un’altra linea di credito per prestiti (non contributi, quindi, ma ulteriore debito netto) per finanziare programmi (quanto mai indispensabili) di sostegno al reddito dei lavoratori. In pratica, la nostra Cassa integrazione. Anche qui, però, occorre leggere in trasparenza tra le cifre fornite: si tratta di emissioni di debito fino a 100 miliardi di euro complessivi, per una garanzia comune di 25 miliardi da dividere; il volume complessivo deve rendere conto della porzione a noi spettante, nel bacino dei 27 Paesi, per una cifra che si aggira tra i 15 e i 20 miliardi di euro. Si ripete, di prestiti a un tasso di interessi che le prime stime indicano inferiore dello 0,015% rispetto a quello dei nostri titoli di debito pubblico.

Finisce invece nel quadro del prossimo bilancio UE (quindi, a tutto voler concedere, a partire dal 2021) la valutazione della eventuale creazione di un nuovo Fondo per la ripresa, materia che sarà discussa a livello politico in altre sedi e in altri momenti. Lasciando che nel frattempo pandemia e conseguente crisi economica finiscano di fare il loro corso.

Rimasto sul tavolo (come testualmente ha dichiarato il nostro ministro dell’economia) il tema di emissioni di debito comuni (eurobond o simili). 

Questi sono i primi numeri che pare di poter evidenziare alla luce dell’accordo raggiunto.

Ciascuno valuti, compari con le aspettative e le problematiche concorrenti, tragga le proprie conclusioni.

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