Sul presidenzialismo il Cav. tira dritto malgrado Fini. E al Nord sfida Bossi
25 Marzo 2010
Il Cav. si tiene fuori dal tormentone sul toto-regioni tra Pdl e Pd, perché non è tanto il 9 a 4 o l’8 a 5 che alla fine farà la differenza, quanto la maggioranza degli italiani governati dal centrodestra. Un modo per riposizionare tutti i numeri della sfida elettorale, per preparare l’analisi del dopo-voto e, al tempo stesso, ribadire il significato politico del voto di domenica.
Perché è su questo che Berlusconi sta battendo da un capo all’altro dell’Italia. Martedì in Piemonte da Cota, ieri a Bari da Palese, venerdì a Roma per la Polverini. E se sul finale di partita, come sempre accade, i toni si infiammano tra maggioranza e opposizione, le scintille non mancano neppure nel centrodestra: sulle riforme tra Berlusconi e Fini, ma pure tra il Senatur e il presidente della Camera. E ancora: tra il Cav. e il Senatur sul "sorpasso" al Nord.
Da Bari, Berlusconi rilancia l’elezione diretta del premier o del capo dello Stato affidando ai cittadini la scelta sulle riforme istituzionali, senza tenere conto dei rilievi mossi dal presidente della Camera convinto, invece, che per le riforme l’approccio giusto "non può essere basato sulle strumentalizzazioni di tipo propagandistico o legato al vantaggio, pur legittimo, che possa trovare questa o quella parte". In sostanza, l’inquilino di Montecitorio insiste su riforme "finalizzate allo spirito costituente, all’interesse generale e al bene comune, nel rispetto della dialettica tra le forze e le culture politiche". Dunque, al dialogo costante con l’opposizione.
Non è così per il Cav. che respinge le critiche ("ne sono felice"), tiene il punto e di dialogo con "questa sinistra" non vuol sentir parlare. Lo ripete dal capoluogo pugliese dove è volato per "dare la scossa" all’elettorato moderato che non può continuare ad affidare il governo regionale al Pd di Massimo D’Alema o al partito del presidente-poeta Nichi Vendola. L’affondo sul sistema di potere clientelare e sull’alleanza della sinistra coi magistrati politicizzati è netto e il Cav. lo contrappone alla forza di un Pdl nato per "ascoltare la gente, per prendere decisioni dal basso, per essere una formazione politica diversissima dai partiti della prima Repubblica".
Ma nelle file della maggioranza sono in tanti a leggere in questo passaggio un riferimento, seppure indiretto, alla visione del presidente della Camera, più incline agli equilibri istituzionali e al confronto con l’opposizione sui temi strategici per il Paese. La stessa lettura che si sottolinea quando il Cav. definisce il Pdl "un partito assolutamente democratico, dove le scelte vengono fatte dagli organi previsti per statuto a maggioranza, ascoltando la voce del popolo". Per questo, anche sull’elezione diretta del premier o del presidente della Repubblica "la scelta deve essere del popolo, direttamente vostra”, ripete davanti alla platea pugliese .
Passaggi non casuali, perché è come se in attesa del verdetto delle urne che avrà ripercussioni anche sugli equilibri interni al Pdl, il Cav. ricercasse proprio nella spinta popolare e nel rapporto diretto col suo popolo, la "consacrazione" della leadership. Come è accaduto a Roma, nella manifestazione di piazza San Giovanni. E se Bossi considera "logico" il sorpasso della Lega al Nord, lui rassicura gli elettori che col Senatur non ci saranno problemi, il sorpasso "non ci sarà, con la Lega esiste un’alleanza strategica per riformare il paese".
Nel gioco del botta e risposta a distanza, il Carroccio che pure insiste nel volere tenersi stretta la poltrona di Zaia all’Agricoltuira, coglie la sfumatura del Cav. e gli restituisce il pari. Prima col ministro Calderoli convinto che sul presidenzialismo "è un bene consultare il popolo", poi con Bossi che non risparmia una stoccata al presidente della Camera:"Se il Paese diventa federalista non penso che il presidenzialismo rappresenti un pericolo". Certo, "si andrà a sbattere contro la resistenza della sinistra", e per questo "io voglio sentire cosa dice il Pdl, il suo leader, che è Berlusconi e non Fini".
Intercettazioni, par condicio da cancellare, immigrazione, riforma della giustizia e del fisco, riduzione del numero dei parlamentari, sono gli altri temi che il Cav. scandisce dal palco della Fiera del Levante considerandole questioni al centro di quella che dopo le regionali sarà la stagione della "rivoluzione liberale". E sulle quali non intende inseguire a tutti i costi l’intesa con l’opposizione. Per questo il voto di domenica sarà ancora una volta una scelta di campo "tra noi e loro, un voto che dia forza al governo nazionale per fare le riforme nei prossimi tre anni".
Agli elettori pugliesi il Cav. consegna un’ultima esortazione: il voto utile. Che non può essere per l’Udc o la Poli Bortone perché "non solo è un voto buttato via, ma è un voto regalato alla sinistra e a Nichi Vendola". Venerdì la chiusura della campagna elettorale a Roma, ancora una volta insieme e per Renata Polverini.
Già, il Lazio. Dopo l’esclusione della lista Pdl (nella capitale e in provincia) è diventata la regione-chiave di questa tornata elettorale, la "madre di tutte le battaglie". Per il centrodestra e per il centrosinistra. Il Cav. lo sa bene e ha deciso di caricarsi sulle spalle il "peso" di una sfida strategica. Che, ancora una volta, si giocherà all’ultimo voto.
