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La riunione di fine anno

Sul tema del clima Cancun rischia di diventare una seconda Copenaghen

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La scorsa settimana il ministro dell’Ambiente, Stefania Prestigiacomo, ha partecipato a New York alla riunione del MEF (Major Economies Forum) dedicata al problema dei cambiamenti climatici in preparazione della riunione di fine anno a Cancun, in Messico. Qui saranno nuovamente presenti tutti gli attori che hanno già partecipato alla Conferenza ONU di Copenhagen il cui fallimento ha decretato uno stop consistente alle negoziazioni del dopo Kyoto.

Di fatto la situazione è talmente deteriorata che nessuno, nemmeno gli ambientalisti più ottimisti, spera nel raggiungimento di obiettivi concreti per quest’anno; sarà già un successo se si potrà arrivare ad un risultato intermedio che consenta almeno di poter affermare che qualche passo avanti nelle negoziazioni è stato fatto e che vi sono spiragli di raggiungere qualche compromesso accettabile in vista del round definitivo previsto per fine 2011.

Su tutto continua ad aleggiare il problema più importante che mette piombo alle ali di ogni ragionevole speranza di successo: la condivisione delle scelte e l’assunzione da parte di tutti i paesi della loro parte di responsabilità. I temi del negoziato, ricordiamolo, riguardano aspetti strategici fondamentali quali l’adattamento ai cambiamenti, le azioni di mitigazione, il trasferimento delle tecnologie fortemente voluto dai Paesi in via di sviluppo, e, certamente non meno importante, i costi finanziari delle politiche da adottare e le modalità di compensazione, economica ed in kind, previste nelle azioni di emission trading.

Su questi temi il ministro ha ribadito che l’Italia sta cercando di arrivare ad un accordo di principio su di un pacchetto di decisioni equilibrate in modo da non compromettere il raggiungimento di un accordo globale e vincolante per tutti i paesi. E, passo essenziale, ha ricordato come il nuovo impegno sia subordinato agli impegni vincolanti delle maggiori economie del mondo, incluse quelle di Brasile, Cina ed India ancora oggi in forte sviluppo e largamente co-responsabili delle emissioni di CO2.

Oggi stiamo svolgendo correttamente la nostra parte difendendo con coraggio i nostri interessi al pari di quello che fanno tutti gli altri paesi economicamente avanzati. Il problema sarà, per tutti, capire cosa verrà fuori da Cancun. Sopratutto dopo il fallimento di Copenhagen il mondo scientifico è da tempo in forte ebollizione: la sequela di scandali che hanno investito lo IPCC hanno indebolito non poco l’immagine di questa istituzione. Una commissione d’inchiesta ONU, formalmente indipendente ed abbastanza all’acqua di rose, ha partorito un documento di valutazione cerchiobottista che investe, con molta levità, le modalità di funzionamento dell’IPCC, ma che gira pudicamente dall’altra parte gli occhi sugli scandali di manipolazione dei dati scientifici che ne hanno caratterizzato i comportamenti recentemente. Né tanto di più ci si poteva aspettare trattandosi di un’iniziativa ONU, come ci ha mostrato la storia passata di casi analoghi o peggiori determinatisi al suo interno.

Alcuni economisti hanno cominciato a valutare il costo reale delle proposte risolutive che circolano; anche qui i risultati variano a seconda della “scuola di pensiero” di appartenenza di chi fa le stime ma in ogni caso i numeri che emergono non sono esaltanti, anzi. Taluni, come Lomborg, sono particolarmente duri. Criticano sia la reale capacità di raggiungere il “mitico livello” di un innalzamento di non più di 2 gradi nel prossimo decennio a salvaguardia del pianeta, sia i costi previsti per i cittadini europei; sarebbero miliardi di euro spesi per poco o nulla proprio in un momento in cui la crisi mondiale sembra ripartire almeno in alcuni paesi europei che potenzialmente potrebbero innescare nuovamente un drammatico effetto a catena sulle differenti economie.

Le osservazioni scientifiche dei parametri ambientali, nonostante la fideistica posizione degli uni a favore e degli altri contrari, presentano ancora incertezze non piccole così da dare adito ad interpretazioni spesso decisamente opposte. Su tutto aleggia il problema: è l’uomo la causa di questi cambiamenti? Se si allora è chiaro che si può intervenire almeno per ridurne l’impatto. Se viceversa prevalgono i fenomeni naturali allora dovremo parlare piuttosto di come affrontare una mitigazione dei loro effetti.

In entrambi i casi va affrontato il problema dell’adattamento. A chi credere e perché? In tutta onestà la risposta a questa domanda io non la posseggo e, ritengo, nessun ricercatore onesto la possiede. Muoversi si deve, negoziare è importante almeno per arrivare a pochi punti fermi che siano condivisibili a livello globale. Ci riusciremo? O meglio ci riusciranno i politici, i diplomatici e gli stessi scienziati che si sono agitati sino ad oggi con poco costrutto? Sarò pessimista, ma temo che Cancun possa partorire un topolino, e sarebbe già un grande successo.

 

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2 COMMENTS

  1. Le bufale e il costo per lo Stato.
    Sappiamo che i cambiamenti climatici dovuti a fattori naturali,non sono modificabili.
    Mentre i cambiamenti climatici causati dall’uomo, possono essere corretti, possibilmente in modo logico ed economico.
    -Fotovoltaico- E’ ancora la bufala degli ultimi anni.
    La produzione dei pannelli avviene per la maggior parte in Cina, con l’uso di energia derivante dal carbone. Poi ci mette anche lo Stato che finanzia per 20 anni la produzione elettrica ottenuta, quando c’è il sole e senza possibili accumuli. Il costo per lo Stato è folle.
    Nel frattempo ,i soliti, rifiutano l’energia atomica e snobbano il “solare termo dinamico”,

  2. soluzioni ambientali contro il riscaldamento globale
    Cosa è l’ambiente, se non un grosso impianto? Con tanto di pompe termoaline e biologiche, tanto di evaporazione e condensazione, tanto di circuiti fluviali che riportano al mare parte dell’acqua sottratta dall’evaporazione ripristinando l’equilibrio alcalino? Nessun impianto funziona se il circuito non è pulito e se non viene reintegrato delle sostanze consumate e di quelle necessarie al processo. Il circuito termo climatico mondiale non fa eccezione rispetto agli altri circuiti impiantistici. Se è sporco consuma di più e invecchia la Terra più rapidamente. Avremmo dovuto fare delle manutenzioni ordinarie, ma non avendole fatte, oggi, siamo costretti a delle riparazioni straordinarie se non vogliamo guai peggiori. L’inquinamento dell’acqua e dell’aria non consente il trasporto di carbonati sufficienti a mantenere l’equilibrio alcalino oceanico. Bisognerebbe pulire il circuito sostituire l’acqua di ricircolo con acqua pulita. Non potendo farlo subito, almeno reintegriamo i carbonati necessari per ritardare la catastrofe dell’acidificazione esponenziale. Questo dovrebbe consigliare l’ ONU e l’ IPCC, altro che cercare di catturare il CO2 per interrarlo, costato già oltre 26 miliardi di dollari. Una volta tamponata, l’acidificazione oceanica nelle zone più critiche si dovrebbe intervenire sul territorio che inquina con impianti meglio distribuiti e più efficienti. Purtroppo la seconda fase potrebbe richiedere centinaia di anni, considerando che molti paesi sono ancora sottosviluppati e hanno altre priorità rispetto all’ambiente. Hanno la priorità di uno sviluppo industriale disordinato, alimentato anche con i capitali dei paesi evoluti che investono in quei paesi per avere maggiori profitti, anche grazie all’ assenza di regole ambientali. Quindi la situazione ambientale internazionale è destinata a peggiorare mentre siamo già a un punto di non ritorno. Non c’è il tempo necessario per migliorare il sistema senza fermare prima l’acidificazione oceanica, che non solo riguarda le masse di acqua che coprono i due terzi della terra, ma che addirittura, procede con leggi più che esponenziali. Le tante segnalazioni fatte in Italia alle Autorità Ambientali, la stampa, gli imprenditori ambientali, le associazioni ambientali sono state cestinate senza promuovere nessuna discussione sulle proposte del sottoscritto. Nel nostro Paese, parlare di ambiente piace a tutti, purché non si faccia sul serio, scendendo nei dettagli con delle proposte risolutive e concrete. Mi piacerebbe sapere se tutto il mondo è veramente paese e se qualcuno fa veramente sul serio, andando oltre le denunce e i proclami e le soluzioni evanescenti. A cosa servono i vertici se si discute soltanto della percentuale di riduzione del CO2, senza dire come ottenerla e senza dire come e a quale velocità questa riduzione possa da sola influenzare il risanamento oceanico che è il vero problema che deve affrontare l’umanità. Qualcuno dovrebbe dire se le riduzioni di CO2 locali, che ancora devono essere assodate tecnicamente, potranno, in quale modo e con quale velocità incidere sul risanamento atmosferico e soprattutto oceanico. Se la velocità di risanamento sarà comunque inferiore alla velocità di propagazione dell’acidificazione esponenziale già in corso, al massimo potremmo ritardare di pochissimo l’inevitabile fine. Sarà come tentare di salvare una barca che affonda utilizzando un setaccio per svuotarla.
    Negli ultimi 250 anni, si è avuto un incremento di CO2 nell’atmosfera di circa 100 ppm (da 280 a 380), di cui solo il 30% di sicura origine antropica, dei quali il 20% dovuto ai combustibili fossili. Su queste percentuali non tutti gli scienziati sono d’accordo. Ma Essendosi verificata contemporaneamente anche l’acidificazione oceanica del 30 %, che riguarda oltre 1.1425.000.000 Km3 di acqua (compresi i fiumi e laghi), è giusto attribuire gran parte dell’aumento di CO2 non fossile, all’inquinamento delle acque dei mari e dei fiumi. Questi ultimi, a causa dell’inquinamento, non trasportando carbonati a sufficienza nei mari provocano maggiori abbassamenti del ph nelle zone costiere, che si estendono gradualmente verso il largo e maggiori emissioni di CO2, di cui gran parte viene assorbito dagli stessi oceani, che incrementano la produzione di plancton, il quale in seguito creerà eutrofizzazione e nuovo incremento di CO2. I veri problemi del riscaldamento globale inizieranno quando la produzione di plancton sarà tale da compromettere definitivamente i fondali oceanici, i quali, per decomporre i microrganismi ricchi di CO2 precipitati, richiederanno un maggiore consumo di ossigeno, che sarà sottratto alle altre specie marine comportando l’acidificazione degli strati più profondi, che diventeranno inospitali per specie vegetali e animali. Già oggi risentono dell’acidificazione le barriere coralline e alcune specie ittiche che non riescono a ricostruire gli scheletri. Il sottoscritto, per prevenire l’acidificazione oceanica ha concepito dei nuovi sistemi di depurazione che proteggono meglio l’ambiente, poiché possono coprire l’intero spazio terrestre, trattare portate migliaia di volte superiori e soprattutto possono trattare acqua e aria contemporaneamente. I depuratori urbani che conosciamo, pur svolgendo un buon lavoro sulle acque inquinate, ne possono trattare pochissime con alti costi e richiedono grandi spazi. Non sottraggono CO2 all’ambiente, anzi lo emettono. Non sono adatti per la protezione ambientale globale. I nuovi impianti, che anticiperebbero i fenomeni che provocano acidificazioni ed emissioni di CO2, a livello domestico, fognario, locale, urbano, fluviale, portuale, marino sono il frutto di un lungo lavoro di progettazione basata su sistemi semplici, sostenibili e senza macchine, che non possono fallire. Non possono essere illustrati tutti in una breve presentazione. Gli approfondimenti, si potranno fare successivamente, in questa occasione, coincidente con il vertice di Cancùn, mi preme soltanto di far vedere le applicazioni più importanti ai fini del “global worming” con dei disegni illustrativi, inseriti come foto nella mia pagina di Facebook. Si tratta di grandissimi impianti di protezione ambientale globale a livello fluviale e marino, che anziché frenare lo sviluppo industriale per limitare le emissioni, potrebbero consentirne un razionale sviluppo concentrando le attività più inquinanti nelle vicinanze degli stessi. Riducendo all’origine l’inquinamento aereo e oceanico. Questi impianti, sottraendo acidità agli oceani, sottraggono anche CO2 all’ambiente senza distinguere se sia dovuto a combustibili fossili, all’inquinamento delle acque oppure ad eruzioni vulcaniche. Sarà l’uomo a decidere quanto CO2 sarà compatibile per l’ambiente e quanta acidità per gli oceani, perché entrambe provengono dall’uomo. Entro certi limiti, con impianti sufficienza, si potrebbero persino compensare emissioni accidentali di CO2 naturale. Questi grandi impianti, oltre alla protezione ambientale, creerebbero grandissime opportunità di lavoro per la costruzione, la gestione, le attività indotte. Le opere realizzate nel mare, potrebbero essere utilizzate come strutture di base utilizzabili per creare porti con acque non inquinate, che aumenterebbero gli scambi commerciali e turistici, riducendo ulteriormente l’inquinamento dovuto ai trasporti su strada. Per saperne di più visitate la mia pagina su face booK e se potete inviate i documenti a Cancun. Fino a quando non si discute su soluzioni concrete e sostenibili, non improvvisate, ma studiate nei dettagli, come ha fatto i sottoscritto dopo quaranta anni di esperienze impiantistiche ,non solo ambientali, saremo sempre al punto di partenza.
    Luigi Antonio Pezone

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