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Sul tesoretto Prodi sbaglia tre volte

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Sul cosiddetto “tesoretto” fiscale, alfine si è espresso il presidente del Consiglio, Romano Prodi. In breve, cerchiamo di osservare pacatamente perché la sua presa di posizione contravviene a tre punti essenziali, se si guarda alla questione dal punto di vista di chi è liberista e dunque non può che essere contrario all’elevatissima pressione fiscale in atto nel nostro Paese.

Innanzitutto, non c’è – ancora una volta – nessuna cifra indicata. Perché? Semplice, per effetto di un trucco normativo, anche se nessuno ama ricordarlo. Quella stessa sinistra che era stata inflessibile nel sostenere i forti aggravi fiscali disposti a luglio 2006 e con la finanziaria 2007 sotto l’egida della lotta all’evasione, ha preso a puntare i piedi di fronte alla necessità di procedere a una rapida redistribuzione del cosiddetto “tesoretto”. Ma così facendo – e anche Prodi evita di far cifre per la stessa ragiione - dimentica di aver votato una norma – tra gli oltre 1.300 commi della finanziaria – che prescrive testualmente che sarà eventualmente devolvibile alla restituzione solo ciò che risulterà, del totale del gettito, superiore al preventivato ma esclusivamente se e in quanto proveniente da lotta all’evasione e, aggiuntivamente, se sarà considerato dall’amministrazione tributaria come entrata a carattere strutturale nei successivi esercizi, e non irripetibile. Era un comma scritto apposta per impedire in realtà qualunque distoglimento di gettito dal fine – considerato prevalente da parte del ministro dell’Economia – del contenimento del deficit. Resta il fatto che, a un anno di pervicace sottostima dell’andamento delle entrate – i cui primi segni di accrescimento largamente superiore alla ripresa dell’economia datano alla seconda metà del 2005 - ha fatto seguito un’altrettanto inopinata diffusione della convinzione che la lotta all’evasione abbia in realtà portato a segno una spallata “storica”, determinando un’inversione di tendenza del comportamento del contribuente grazie alla maggior durezza dichiarata programmaticamente da Vincenzo Visco. Paradossalmente, i dati dei patrimoni assicurati al fisco e in precedenza evasi danno torto a tale impostazione, visto che nel 2006 sono aumentati del 14% gli accertamenti ma le risorse messe a ruolo sono di circa 4 miliardi di euro inferiore a quelle recuperate nel 2005 del “famigerato” Tremonti, e altrettanto dicasi per il numero di evasori totali accertati, inferiore di alcune centinaia di unità ai circa 7.800 identificati nel 2005. Quel che è evidente, è che le cifre di contabilità pubblica costituiscono sempre meno nel nostro Paese un linguaggio condiviso, ormai persino all’interno della stessa coalizione. Un segno di imbarbarimento, perché senza strumenti tecnici condivisi la politica diventa pura fiera tribale identitaria. Ma, al di là di questo, la formula “stretta” prevista dalla finanziaria consente a Padoa-Schioppa di dire che il tesoretto è al più di 2,5 miliardi di euro – ah, dimenticavo, sempre lo stesso comma della finanziaria in realtà consentirebbe a Padoa-Schioppa di non fare alcuna cifra fino alla fine del prossimo autunno, ma le amministrative si avvicinano, chiaramente - non i 23 circa che vanno più correttamente estrapolati da ciò che il governo non aveva previsto del gettito 2006 sino all’ultima revisione dei presupposti contabili sui quali è stata varata l’ultima versione della finanziaria 2007, nello scorso dicembre.

Secondo: Prodi annuncia una restituzione secondo un modello “due terzi-un terzo”, che ricorda la vecchia formula socialdemocratica di Peter Glotz, per chi ha qualche dimestichezza con il dibattito della Spd tedesca negli anni 70-80. Senonché anche qui c’è il trucco. Dietro la melliflua sonatina solidarista a favore delle basse qualifiche del lavoro dipendente, contro i cattivissimi manager che guadagnano troppo – come se a quest’ultimi non si fosse innalzato energicamente il prelievo fiscale, da parte del governo – Prodi annuncia che il 66% andrà in realtà a finanziare la controriforma dello scalone Maroni al quale lavora il ministro Damiano, con innalzamenti dei trattamenti minimi e “spalmamento” dell’età pensionabile per i trattamenti di anzianità, mentre il residuo 33% alle imprese non è nient’altro che il finanziamento del relativo gradino di diminuzione dei contributi Irap, già previsto e votato in finanziaria anche se problematicamente appeso all’irrisolto sì di Bruxelles. In altre parole, non solo non c’è tesoretto, ma la sua restituzione annunciata in pompa magna con una paginata intera della Corriere della sera è pura reiterazione mascherata di quanto già stabilito.

Terzo, e più importante. In nessun caso i meccanismi di cui si parla costituiscono alcuna restituzione dell’extragettitto. Per chi è liberista, il surplus di prelievo deve tornare alle tasche di chi lo ha pagato, esattamente nelle stesse proporzioni in cui lo ha pagato per scaglione di appartenenza. In ogni altro caso, il meccanismo della cosiddetta “restituzione” integra e prevede invece nuove forme di spesa pubblica redistributiva, che aggiunge i suoi effetto perniciosi alla progressività accentuata – da questa maggioranza - del sistema fiscale. In altre parole: non solo chi lavora di più e meglio paga di più, ma in corso di esercizio vedrà ulteriormente allargata la forbice del disincentivo fiscale a proprio svantaggio dagli interventi cosiddetti “solidaristici”. Non è affatto difesa “dei ricchi”. E’ solo che quando si tratta di tasse il mondo si divide in due. Chi le usa come arma per allargare il perimetro redistributivo, lavora ad appesantire l’intermediazione pubblica e a svantaggio della crescita e del talento personale. Chi invece le considera un ingiusto esproprio quando si tratta di più del 33% del reddito - e ricordo che nel 2006 è il 46% del tortale delle risorse del Pil che è stato incamerato dalle amministrazioni pubbliche - accetta che “restituzione” si usi se e solo se configura restituzione vera, non presa in giro ulteriore.

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1 COMMENT

  1. Su tesoretto Pro tre oltedi sbaglia
    Chi è liberista sa che la prima cosa da rea
    lizzare è la concorrenza, il nostro Paese sotto questo aspetto non è liberista perchè la concorrenza richiede idee progetti investimenti rischi, tutto questo non è del nostro mondo imprenditoriale, purtroppo. La ragione: la scuola, la famiglia, la giustizia, i controlli non esistono, quindi vale solo la furbizia.

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