Sul trattato fiscale non si ferma lo scontro tra rigoristi e pro-crescita

Dona oggi

Fai una donazione!

Sostieni l’Occidentale

Sul trattato fiscale non si ferma lo scontro tra rigoristi e pro-crescita

13 Gennaio 2012

Il nuovo trattato europeo sulla stabilità, coordinamento e governance europea presentato nei giorni scorsi si pone come obiettivo quello di adottare una serie di regole intese a rafforzare la disciplina fiscale dei paesi membri. In particolare, il perno attorno al quale tutta la normativa ruota si riferisce al pareggio di bilancio. Tecnicamente, il trattato prevede che un paese debba raggiungere come obiettivo di medio termine il pareggio di bilancio strutturale, ovvero quel bilancio che tiene in considerazione l’andamento del ciclo economico e non considerando le misure temporanee, con un livello di deficit non eccedente lo 0,5% del Pil, calcolato a prezzi di mercato. E’ inoltre prevista una deroga alla regola, qualora un paese si trovi in situazioni eccezionali e imprevedibili, purché questa non metta in pericolo il raggiungimento dell’obiettivo di medio termine. I paesi membri avranno un anno di tempo per introdurla all’interno della loro legislazione nazionale. Relativamente al debito pubblico, qualora il rapporto debito/Pil dovesse essere superiore al limite del 60%, gli stati membri si impegnano a ridurlo nella misura di un ventesimo all’anno.

Il tema delle regole di bilancio è particolarmente delicato, oltre che molto tecnico, a maggior ragione se si pensa che, questa volta, il raggiungimento dell’accordo non sarà facile, perché se i "falchi", Germania in testa, scalpitano per approvare il prima possibile norme sempre più restrittive sulla finanza pubblica europea, le "colombe", tra le quali ci mettiamo l’Italia, temono che l’ulteriore creazione di vincoli all’utilizzo dello strumento di bilancio possa definitivamente condannare il paese ad anni di crescita nulla e di manovre lacrime e sangue. Quasi impossibile, infatti, coniugare un altissimo rigore finanziario con politiche a favore della crescita, soprattutto in un contesto politico dove sta montando sempre di più la protesta, da parte dei partiti e delle classi sociali, relativa alla necessità di far prevalere lo sviluppo economico all’eccessivo rigorismo tedesco. In palio non c’è soltanto il destino dell’economia italiana, ma lo stesso futuro dell’Unione Europea, poiché, se il sogno dei padri fondatori era quello di un continente nel quale prosperità e benessere fossero garantiti a tutti i cittadini, la recente crisi ha messo in luce tutti i punti di debolezza di una governance politica assolutamente incapace di governare le crisi.

Rischia di aprirsi un lungo braccio di ferro tra la posizione eccessivamente rigorista e quella più favorevole alla crescita. Monti, in questa prospettiva, si troverà nella spiacevole ma necessaria posizione di dover andare contro il direttorio Merkel-Sarkozy e dovrà far di tutto per convincere l’Europa che la priorità, in questo momento, spetta al raggiungimento di un maggior livello di crescita. Per farlo, dovrà rimettere in discussione anche quella parte dell’ordinamento europeo che regola il funzionamento della banca centrale. Da più parti, infatti, comincia a crescere l’insofferenza verso il ruolo esclusivamente anti-inflazionista dell’istituto di Francoforte. Il dibattito relativo agli obiettivi che la Bce deve perseguire è antico, ma ora più che mai è necessario riflettere sulla riforma delle istituzioni monetarie. Lo spostamento della priorità degli obiettivi verso un maggior sviluppo sostenibile rende necessario l’adeguamento della politica monetaria, che deve potersi orientare anch’essa al raggiungimento di questo traguardo.

Da questo punto di vista, è doveroso riconoscere il drastico cambiamento di strategia dell’Eurotower dovuto all’avvento di Mario Draghi alla presidenza, che, in pochi mesi, ha riportato il tasso d’interesse di riferimento al livello record dell’1%, nonostante il parere negativo dei guru europei della vecchia politica monetaria rigorista di Trichet, e ha intrapreso un serio programma di finanziamento "low cost" delle banche, attraverso una politica di finanziamenti triennali. Draghi ha inoltre dichiarato che a febbraio ci potrebbe essere una seconda tranches di finanziamenti, annunciando che sarà compito precipuo della Bce evitare che in futuro si ripeta una mancanza di capitali nel mercato bancario.