Suleiman tenta la mediazione ma Il Cairo continua a macchiarsi di sangue
03 Febbraio 2011
Omar Suleiman, vicepresidente egiziano, tenta una mediazione con l’opposizione. In un discorso trasmesso dal canale televisivo di Stato, ha offerto di indire elezioni presidenziali per agosto e ha sottolineato che tenerle prima di quel mese potrebbe determinare un "vuoto costituzionale". Suleiman s’è detto, inoltre, convinto che le violenze contro i dimostranti a piazza Tahrir siano state siano state frutto di "un complotto" e ha promesso che verranno fatte indagini sugli scontri.
Le parole vicepresidente egiziano arrivano in un’altra giornata di sangue per Il Cairo. Non si è fermato neppure oggi il braccio di ferro tra i sostenitori di Mubarak e gli oppositori al regime che chiedono un avvicendamento alla guida del Paese. A 24 ore dallo scoppio degli scontri a piazza Tahrir, che hanno provocato 1.500 feriti e un bilancio che è salito a 10 morti, alcuni cecchini hanno aperto il fuoco dal tetto dell’albergo Remsis su piazza Abdul Munim Riad, nel centro della capitale, uccidendo una persona e ferendone due. Poco prima uno straniero – dall’identità ancora sconosciuta – era stato picchiato a morte in Piazza Tahrir.
In questa situazione di totale caos, il primo ministro egiziano, Ahmed Shafiq, si è detto pronto ad andare in piazza per discutere con i manifestanti, nel tentativo di calmare, per quanto possibile, le acque. Lo stesso Shafiq ha chiesto scusa per quanto accaduto ieri: "Si è trattato di un errore fatale. Quando le indagini riveleranno chi c’è dietro questo crimine e come è stato possibile che sia accaduto prometto che i responsabili saranno puniti per quanto hanno fatto".
Intanto l’opposizione ha ricevuto i primi sostanziali riconoscimenti. Mubarak ha promesso di non ricandidarsi, di avviare il processo di riforma costituzionale, e le autorità hanno anche disposto una verifica dell’ultima tornata elettorale. Ma è troppo poco per la piazza in subbuglio che non tollera più il giogo del Rais sui media, la corruzione e la crisi economica. Mubarak deve andarsene e basta; la festa è finita.
Il problema è che parliamo di un uomo politico astuto, un militare, proveniente dall’elite delle forze armate egiziane – l’aviazione – che in passato ha saputo dosare con astuzia aperture (poche) e repressione (tanta), la pace con Israele e il ritorno nella Lega Araba, il suo passato in Kirghizistan con i sovietici e l’alleanza di ferro stipulata con gli Usa. Per quanto vecchio, indebolito nella salute e dagli scandali, il "Faraone" è stato un personaggio capace di imporsi sulla scena nazionale e internazionale. Prima di scaricarlo, i leader europei e il presidente Obama lo hanno riverito ed onorato.
Obama ha scelto il Cairo per il suo discorso di riappacificazione con il mondo arabo, ma adesso che quel risveglio c’è stato, si scontra con gli argini alzati dal vecchio sistema contro la marea dilagante della protesta; il vice Suleiman promette nuove concessioni, a patto che finiscano le violenze, e Mubarak fa sapere di voler concludere il mandato restando nella sua terra. L’America aveva lanciato il messaggio che non sarebbe più intervenuta nella vita del mondo arabo e islamico, invece adesso, sotto la pressione delle mobilitazioni, chiede all’Egitto "una transizione immediata", che non è chiaro se ci sarà.
Anche i Fratelli musulmani si oppongono ad una prosecuzione dell’incarico di Mubarak: "Il popolo rifiuta tutte le misure parziali proposte ieri dalla guida del regime e non accetta alcuna alternativa all’abbandono del potere", recita un laconico comunicato dell’organizzazione islamica.
