L’industria dell’intrattenimento alimentare

Sulla genuinità dei cibi l’ultima parola spetta al consumatore

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Le Nazioni Unite e l'Organizzazione Mondiale della Sanità hanno dichiarato che sovrappeso e obesità causano nel mondo un numero maggiore di morti rispetto al sottopeso. Una sorta di epidemia mondiale che causa più di 2,6 milioni di decessi all'anno, con più di un miliardo di persone in sovrappeso e almeno 300 milioni obese. Causa principale sarebbero le politiche governative di sussidi alla produzione alimentare, mirate a far fronte all'aumento della disponibilità di calorie, senza considerare tipologia e qualità, così che i cibi meno sani, più ricchi di grassi, zucchero e sale, sono quelli più economici, proprio perché sovvenzionati, e quindi più accessibili e consumati. Allo stesso tempo gli ingenti profitti permettono ai produttori grossi investimenti pubblicitari, riuscendo così ad influenzare i gusti dei consumatori.

L’industria dell’intrattenimento alimentare produce molti alimenti a lunga conservazione, utili a soddisfare i pasti intermedi, merende o altro. Quei piccoli stacchi in cui si cerca un qualcosa di immediato, facile e veloce da mangiare. Quindi merendine e snacks salati, biscotti o gelati confezionati. Si mangiano al volo, presi al bar o al distributore automatico dell’ufficio, senza soffermarsi troppo sui loro reali effetti nutrizionali. Sì perché in effetti possono rovinare intere diete accuratamente pianificate, dato che per le loro caratteristiche sono tipicamente ricchi di zuccheri, grassi e sali, mentre scarsi in quanto a fibre. Contengono spesso i temibili grassi idrogenati, creati appositamente per l’industria alimentare e in grado secondo i nutrizionisti di aumentare il colesterolo cattivo e abbassare quello buono, causa quindi di problemi cardiovascolari. Anche lo zucchero sul banco degli imputati: secondo uno studio dell’University of California pubblicato su Nature, una delle riviste scientifiche più prestigiose del mondo, lo zucchero rende dipendenti, inoltre cambia il metabolismo, alza la pressione, altera i segnali ormonali e provoca danni significativi al fegato. I pericoli per la salute derivanti dal consumo di zucchero, sostiene la ricerca, sono largamente simili a quelli che si hanno bevendo troppo alcol.

Così il Ministero della Salute già dal 2008 ha convinto l’Associazione delle Industrie del Dolce e della Pasta Italiane (Aidepi, l’associazione della Confindustria che riunisce le aziende del settore) a firmare un protocollo che prevede la produzione di alimenti più leggeri entro il 2014. E siamo a buon punto: l’Aidepi ha dichiarato che al 2012 il livello medio di sodio è sceso del 33% e il livello di zuccheri del 6%, in calo anche i grassi saturi e i grassi idrogenati, del 50% negli snacks salati e fino al 90% in biscotti, gelati e merendine. Un cambio di tendenza, reso in qualche modo inevitabile in seguito all’obbligo di apporre sulle confezioni le informazioni nutrizionali. Così che il consumatore possa controllare.

Le merendine in particolare hanno in Italia un mercato da 980 milioni di euro, per un totale di 217.000 tonnellate prodotte. Entrano nelle dispense di 21,5 milioni di famiglie, con una penetrazione del 93% sul totale delle famiglie e quasi il 100% nelle famiglie con bambini piccoli. Soprattutto pensate per i bambini quindi, che in Italia ne consumano in media quasi 3 a settimana, tanto che esiste un apposito sito, www.merendineitaliane.it, che cerca in tutti modi di rimediare alla cattiva fama di junk food (cibo spazzatura, qualsiasi alimento o bevanda ad alto contenuto calorico ma di scarso valore nutrizionale) che si sono fatte dagli anni ’50 ad oggi, con il progredire del pensiero nutrizionistico. E’ ormai evidente il crescente impegno da parte delle aziende nel realizzare strategie di marketing per l’infanzia, facilmente influenzabile, così da rendere il bambino cliente, nel cibo come nella moda, o da condizionare indirettamente le scelte di consumo dei genitori.

Negli Stati Uniti e in Europa sono stati eseguiti alcuni studi, secondo cui una delle soluzioni per ridurre a monte il consumo, oltre a ridurre le percentuali di sostanze incriminate, è semplicemente riducendo le dimensioni delle porzioni vendute, strada che alcune aziende hanno perseguito, anche perché corrisponde ad una riduzione dei costi.

Tassare i prodotti invece, come si era recentemente proposto in Italia per le bibite gassate e come si fa in alcuni paesi europei, non sembra incidere sui consumi, sebbene porti alle casse statali qualche soldino in più, magari da destinare a programmi di educazione alimentare.

Anche per le merende tradizionali, pane e marmellata, dolci fatti in casa, ecc..., il consiglio dei nutrizionisti è comunque di non esagerare, il fatto che gli ingradienti siano magari più genuini non mette al riparo dall’esagerare. In ogni caso l’ultima parola è del consumatore, a cui a questo punto spetta anche il compito di informarsi sul reale significato delle tabelle nutrizionali, per se e per i propri figli, oggetto di una pubblicità che non sempre tiene conto della loro salute.

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