Sulla Libia non perdiamo la memoria

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Sulla Libia non perdiamo la memoria

24 Marzo 2011

Per il premio Nobel per la pace Barack Hussein Obama quella di Libia è già la terza guerra. A parte i primati personali dell’attuale presidente Usa, il conflitto libico presenta certe analogie e altrettante diversità con la campagna dell’Africa Settentrionale durante la Seconda Guerra Mondiale. Anche allora le operazioni si svolsero prevalentemente lungo la fascia costiera. E anche allora ci furono offensive e controffensive. Gli Italo-tedeschi fecero tre offensive da occidente a oriente fra il settembre del 1940 e il giugno del 1942. I Britannici e le truppe del Commonwealth fecero altrettante controffensive da oriente a occidente fra il dicembre del 1940 e la fine del 1942. E vinsero loro.

Anche l’odierna guerra libica si svolge in modo analogo, ma con una sola offensiva governativa da Tripoli verso oriente seguita da una sola, presumibilmente decisiva controffensiva degli insorti da Tobruk verso occidente, con obiettivo Tripoli. Nel 1943 gli Americani arrivarono per ultimi a completare il successo dei Britannici, stavolta sono presenti fin dall’inizio. Allora tutto finì in Tunisia, con la sconfitta definitiva degli Italo-tedeschi, stavolta invece la Tunisia è il luogo dove tutte le rivoluzioni nordafricane e mediorientali sono iniziate, in quel giorno di dicembre del 2010 in cui il giovane Mohammed Bouazizi si suicidò col fuoco, infiammando non solo il suo corpo ma tutto il Mediterraneo. Anche le località sono le stesse, ben impresse nella memoria dei reduci che vissero quelle vicende belliche ma sempre più dimenticate dalla maggioranza degli Italiani.

Oggi tendiamo a scrivere Tobruk, Benghazi, Misratah, Ajdabiya perché così leggiamo sui giornali e perché abbiamo dimenticato Tobruch, dove il 28 giugno 1940 l’aereo del Governatore della Libia Italo Balbo fu abbattuto dal fuoco amico della contraerea dell’incrociatore «San Giorgio». E insieme a Tobruch ci stiamo dimenticando anche di Bengasi (oggi sede del Consiglio nazionale libico), di Misurata e di Agedabia che videro l’eroismo dei soldati italiani. Per non parlare di Leptis Magna dove nel 146 nacque l’imperatore Settimio Severo, di Sabratha col suo teatro romano e delle numerose ville romane ancora ricche di bei mosaici e di impianti termali, sparse sulla costa della Tripolitania.

E a proposito di memoria, cerchiamo di non dimenticare nemmeno i nostri ventimila connazionali che nel 1970 furono espulsi dalla Libia da quello stesso raiss che oggi vive assediato, nascosto in un bunker. Tornando al secondo conflitto mondiale, un manifesto propagandistico di allora raffigurava due soldati, un italiano e uno tedesco, che brutalizzavano un britannico catturato e sottomesso. La scritta è eloquente: «I saccheggiatori di Bengasi saranno messi in ginocchio!». Oggi è cambiato tutto: il britannico si è rialzato in piedi e bombarda la Libia, l’italiano gli fornisce le basi minacciando di toglierle e il tedesco sta a guardare.

(Tratto da Il Tempo)