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Verso l'Eliseo

Sulla probabile débâcle di Sarkozy pesa pure la fine del ciclo post-gollista

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Aveva un viso stanco Nicolas Sarkozy nello studio di France 2, durante la trasmissione “Des Paroles et Des Actes” presentata da David Pujadas, il famoso mezzobusto del Journal televisivo della rete francese. Giocava di sponda l’inquilino dell’Eliseo, con il viso deluso e avvilito di chi si è fatto appena rubare dal cesto i doni da portare ai francesi alla fine del suo mandato. Non c’è da stupirsi che Sarkozy abbia poco fuoco: dopo cinque anni di mandato, la Francia rimane molto simile a se stessa. Niente ‘rupture’ degli schemi politici del passato e niente miracolo economico.

Il presidente Sarkozy ha sì governato, ma nulla di significativo ha alterato il business as usual della Va Repubblica, né nelle sue pluridecennali prassi, né tanto meno – ed è questo quel che ci si aspettava dalla presidenza Sarkozy – nei suoi contenuti. Alibi il presidente Sarkozy ne ha quanti se ne vuole: la crisi finanziaria, la crisi del credito, la crisi del debito europeo, la rigidità tedesca, la stagnazione di questi mesi. Ma, alla fine della giornata, un cambiamento di filosofia politica nella gestione dell’Etat, il culto della classe politica francese, non c’è stato. Come direbbero gli americani: he didn’t deliver, non ha portato a casa il risultato.

Le poche riforme che il presidente francese ha promosso, con l’aiuto del fedele primo ministro François Fillon, le ha fatte sempre con nuove tasse. La pressione fiscale è rimasta quella che è: sopra al 40%. Non è cambiato nulla nel rapporto tra religione e stato, il quale resta inquadrato nel solco di quello che è ormai un totem della laicitè: la legge del 1905. Il tema dell’immigrazione è stato adoperato solo a fini elettoralistici, fatta salva la legge contro l’indosso del burqa nei luoghi pubblici che poco peso ha oggi in campagna elettorale. La politica d’assimilazionismo in tema d’integrazione è ancora in piedi nonostante i lampanti fallimenti delle banlieu. L'economia non va. Il mercato del lavoro è ancora troppo rigido e la disoccupazione ancora troppo alta (quasi al 10%).

Sulle questioni europee, Sarkozy lascia una Francia più debole dentro la governance del Continente, messa sotto dallo strapotere politico tedesco nelle istituzioni comunitaria, e questo nonostante la ‘guerra giusta’ (sic!) in Libia, le incursioni militari post-coloniali ma con cappello Onu in Costa d’Avorio e il declamato interventismo umanitario (e mediatico) sulla crisi del Darfour. Bref, dicono oltralpe, non è cambiato molto. A cinque anni dall’insediamento c’è veramente poco in quel 'cesto di doni', a parte il tentativo mediatico di creare attorno all’unione sentimentale con Carla Bruni una narrativa politico-fiabesca che però ha sedotto in pochi in Francia.

Tra un mese ci sarà il voto per le presidenziali: il primo turno è previsto per il 22 Aprile e il secondo turno per il 6 Maggio. Negli ultimi sondaggi disponibili, Sarkozy viene dato ancora in svantaggio rispetto al candidato del PSF, François Hollande, tanto al primo turno, sebbene per due o tre punti percentuali, quanto e soprattutto al secondo turno dove lo scarto a favore di François Hollande, secondo il sondaggio del 5-8 Marzo Ifop, sarebbe di ben 10 punti percentuale.

Su BFM Tv, una all news francese, Sarkozy ha affermato che qualora dovesse perdere, si ritirerà dalla politica, ciò senza specificare cosa farà. Commentando a caldo la dichiarazione dello sfidante dell’UMP, la leader del Front National, Marin Le Pen, anch'essa candidata e con sondaggi che la danno destinataria di intenzioni di voto comprese tra il 15 % e il 18%, ha apostrofato l’uscita di Sarkozy come “un ricatto fatto al suo campo politico: della serie ‘se perdo, non mi sento più responsabile'” del destino politico di nessuno.

Sulle scarse chance di Sarkozy pesa anche il fatto che la destra post-gollista sta alla presidenza della Francia ormai da 17 anni consecutivi, dal 1995 per l'esattezza, l'anno in cui il presidente Jacques Chirac prese il posto di un già molto malato François Mitterand. I cicli politici hanno un inizio e una fine. Piaccia o meno, quello della destra repubblicana, come si ama definire quella dell'UMP in contrapposizione a quella tradizionalista e un po' contro-rivoluzionaria del FN, è un ciclo politico proprio terminato.

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