Sulla scia di Marini si agitano vecchie e nuove manovre
31 Gennaio 2008
Proviamo a
chiarire quello che sta accadendo in queste ore e in questi giorni sul fronte
della crisi di governo e proviamo a farlo in forma rapida e schematica perché più
il tempo passa più i nodi si ingarbugliano anziché sciogliersi.
Contribuisce
a questo progressivo oscuramento di ciò che sarebbe altrimenti chiaro la
decisione di ieri di Giorgio Napolitano di assegnare un mandato niente affatto
limpido a Franco Marini. Messe da parte le cerimonie di rito e i garbati riconoscimenti
di buona volontà, il profilo costituzionale dell’iniziativa presidenziale lascia
molti dubbi. Lo scrive persino un osservatore esperto e prudente come Marzio
Breda, quirinalista del Corriere della Sera. Breda parla di un “incarico
finalizzato, che è una via di mezzo tra la rara soluzione del pre-incarico e il
più praticato mandato esplorativo. Una formula che si avvicina al mandato pieno,
senza essere veramente tale. Un ibrido che non ha precedenti nella prassi
repubblicana”.
Ora, poiché le
cose semplici semplificano e quelle complicate complicano, la strana formula
attribuita alla missione di Marini e il tempo che egli impiegherà per espletarla
porteranno molto probabilmente ad un maggiore intorbidimento del quadro
politico, e quindi ad una maggiore libertà di manovra per chi nel torbido meglio si adatta.
Alcuni effetti
già si intravedono. Il distacco di Baccini e Tabacci dall’Udc verso la
formazione di una “cosa bianca” non ha grandi effetti sistemici per ora, ma
certo smuove gli appetiti di chi vorrebbe regalare a Marini uno striminzito
voto di fiducia. La novità ha subito messo in moto i conteggi: si torna a
parlare di divisioni nell’Udeur, di dubbi tra quel che resta dei diniani, dei
soliti tentennamenti di Fisichella e magari anche del voto che Marini – non più
presidente del Senato – potrebbe dare a se stesso. Insomma si rischia di
tornare a rimestare tra resti esanimi di una legislatura già finita.
Della stessa
materia è fatta la mossa che si attribuisce in queste ore a Massimo D’Alema,
impegnato a convincere Napolitano a usare il referendum per prolungare la
legislatura e per creare scompiglio nel centro destra. L’idea sarebbe quella di
far tenere il referendum elettorale il prima possibile e poi di andare a votare
subito dopo con la nuova legge. A parte la natura costituzionalmente acrobatica
di una simile proposta, è la logica politica a non reggere. D’Alema fa finta di
non ricordare che la legislatura è finita anche per la minaccia costituita da
quel referendum verso i partiti minori. Credere che la causa della caduta del
governo possa diventare la ricetta per la sua salvezza è per lo meno bizzarro.
Ed è piuttosto penoso confrontare le vecchie dichiarazioni di D’Alema piene di
disprezzo per l’iniziativa referendaria (“non è certo il giudizio di Dio”, “il
risultato del referendum crea solo maggiore confusione”, “è il Parlamento che
fa le riforme”) con i toni accorati di lui e dei suoi quando oggi chiedono di tener
conto e rispettare la volontà degli ottocentomila firmatari di quel referendum.
Quanto all’idea
di creare scompiglio nel centro-destra, l’unico risultato evidente sinora è
stata la risposta brusca di Bertinotti quando oggi ha detto: “La legislatura è
finita col voto al Senato”.
Solo la prosopopea
morale di cui la sinistra ancora si ammanta può far passare tentativi del
genere come nobili ansie per il bene del paese e al contrario può far definire
di pura e bieca convenienza la fretta di Berlusconi di andare al voto.
Eppure la
sensazione che più il tempo passa più le cose si annodino deve essere presente
anche ai vertici del Pd. I prodiani sono in grande agitazione e molti pensano
che Prodi voglia staccarsi dal partito di cui è presidente per rialzare vecchie
bandiere uliviste. Rosy Bindi predica un giorno sì e l’altro pure come non si
debba dare per scontata la candidatura di Walter Veltroni a premier in caso di
elezioni. E l’asse che sostiene Marini nella ricerca di una riforma elettorale condivisa – quello che passa per D’Alema, lo stesso
Marini, Rifondazione e pezzi di Udc – è proprio quello di cui Veltroni può meno
fidarsi.
Se questi
sono i giochi in corso fa anche una certa impressione sentire Napolitano,
Marini, i residui governativi e i giornali amici evocare l’idea di una opinione
pubblica contraria al voto. Ora a parte
l’irritualità di simili considerazioni se queste risuonano dal Quirinale dove l’unica
voce che può essere registrata in questi frangenti è quella delle forze
politiche che democraticamente rappresentano i cittadini, è comunque difficile identificare
le attuali nomenclature sindacali, di Confcommercio o di Confindustria, con l’opinione
pubblica o con la società civile. Senza contare che da più parti persino il
Vaticano viene schierato sul fronte di chi rifugge le urne, e a farlo sono gli stessi che in altre
occasioni avrebbero gridato contro la perfida ingerenza ruinian-papalina.
La cosa
davvero strana è che in queste condizioni “prendere tempo” a qualcuno pare ancora%0D
una cosa utile e saggia.
