Sulla scuola il centrodestra combatte la sua vera battaglia culturale

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Sulla scuola il centrodestra combatte la sua vera battaglia culturale

Sulla scuola il centrodestra combatte la sua vera battaglia culturale

09 Novembre 2008

Alla fine del dibattito sul testo del decreto-legge 1° settembre 2008, n.137, leggasi: Decreto Gelmini, ho capito un po’ di più le ragioni che mi hanno mosso a sostenere il Pdl e il suo blocco governativo. Mi sono sentito rappresentato. Culturalmente – non solo politicamente – rappresentato. Il che, nella mia modesta esperienza di disincantato travet senza alcun ruolo politico, non è proprio uguale a zero. Vengo al sodo. Affermo, in tutta franchezza, che il Sen. Quagliariello ha seguito una pista analitica che spero il Pdl faccia sua. Quest’impostazione fa emerge con chiarezza che il progetto di riforma della società della sinistra, con il combinato disposto di economia-struttura e cultura-sovrastruttura, è crollato. Non solo: questo crollo ha distrutto la scuola e la società italiane. L’opposizione è, dunque, culturale e direi anche metodologica. Hic Rhodus, hic salta.

La sinistra ha considerato la società come una macrostruttura funzionale al progetto “rivoluzionario”, finendo, infine, per condurre al suicidio sia la “rivoluzione”, sia pezzi di società. E’, questa, la geniale diagnosi di Del Noce e di un altro grande teorico del retto pensiero, Matteucci, l’altro mite guerriero di questa battaglia anti-radicalismo di massa fu il cattolico Cotta, ma la falange potrebbe diventare legione, con Prezzolini, Ugo Spirito, ed altri ancora. Ma ora non serve, un giorno affronteremo anche questo discorso, perché i Padri sono decisivi per sapere ciò che vogliamo – oggi – generare. Il frutto velenoso di questa deriva nichilistica, stigmatizzata perfino da un marxista colto e controcorrente come Costanzo Preve, ha condotto la sinistra da Marx, Lukàcs, l’ontologia dell’essere sociale, al subpensiero del ’77, le moltitudini dell’ultimo Negri, dopo aver fatto orge e bivacchi con nani radical chic come Scalfari ed Umberto Eco. Ecco, questo è stato il ’68: l’antefatto del nichilismo radical chic e la legittimazione degli ultimi baroni, al fine di preservare la sovrastruttura come “luogo” reale della (falsa) “rivoluzione”.

Con il ’68, la categoria di “rivoluzione” è tornata all’ètimo originario: ricondurre tutto al centro, punto stabile di equilibrio del cosmo, in questo caso il macrocosmo sociale, a completa disposizione dei “ribelli” un tanto all’ora di ieri. L’establishment ha ringraziato e ringrazia anche oggi. La destra culturale – ora sì, destra! – non può che contrastare, prima analiticamente, quindi politicamente, con fare strategico, non meramente tattico, questo status quo. Dunque, ripetiamolo: noi siamo culturalmente contro questa roba qua, ecco il punto. Di qui tutto il resto. Non ciarpame culturologico-ideologico reattivo, con piena cittadinanza nel centro-destra, perché questa posizione ri-legittima, secondo un’elementare considerazione sociologica, ciò che ha sempre avuto aggio di esistere e prosperare nei sistemi e sottositemi, ovviamente. Ma nuova fondazione, detta, ripetuta e applicata alla politica: il metodo per contro-battere e vincere la battaglia culturale. Siamo ben oltre l’egemonia, in altro territorio. I gramsciani di destra sono già in pensione. Deo gratias.

Una scuola-sovrastruttura funzionale alla “rivoluzione” nel senso di cui sopra è naturalmente sostenuta da èlites che tradiscono il proprio compito autoritativo e potestativo, dunque sono corrive con gli studenti in lotta, che non sanno neppure per cosa stiano lottando (il che è strutturalmente quel che accade, non è un mero fatto soggettivo, sia chiaro). Ma la scuola si dice in molti modi ed uno di questi corrisponde al nome di maggioranza silenziosa, esattamente quella che io ho ben conosciuto e disprezzato. Niente di nuovo sotto il sole: l’ideologia marxista è legata a doppio filo alla forza eversiva e antagonistica: Lenin a New York, scriveva Tronti. Così è. Il nichilismo, aggrappato a questa violenza, non necessariamente molotov, è, oggi, come un cadavere rinvenuto e rivestito, uno scempio. La battaglia sulla scuola presenta questa posta in gioco – culturale e sistemica; strutturale e sovrastrutturale: per prenderci tutto anche noi, anche nel gergo. La connivenza delle élites al potere nella scuola e nelle università è quel verminaio ideologico senza più carne viva, il residuo passatista che sorregge stipendi e consulenze. Dopo la rivoluzione, la giusta pensione, così fan tutti.

Il mondo in cui ho creduto è, oggi, lo scempio di questo Paese e non vale più nemmeno la nostalgia degli anni passati. Ha creato l’anti-ascensore sociale, collocando i soliti noti ai soliti posti, tutti sinistrorsi e radical chic, nel disprezzo per capolavori culturali e falangi di umanità aggrappate al dovere, al primato dell’autorità spirituale e civile, al senso religioso e civico di responsabilità. E’ una responsabilità ulteriore per la nostra classe dirigente, oggi anche governativa. Ma è, prima di tutto, un momento vitale, foriero di altri sviluppi, secondo il classico effetto-domino. La nostra storia è passata sulla scena politica. Mi riapproprio di antiche parole non nostre, perché anche noi vogliamo tutto: non è che l’inizio.