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Sulla sicurezza il Governo fa harakiri

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La forzatura, l’ingresso un po’ supponente e a passo di carica verso una pericolosa strettoia, il tentativo di accelerazione. E alla fine l’impatto frontale con la propria impotenza politica.

E’ una clamorosa auto-bocciatura quella che il governo si infligge sul decreto sicurezza. Un infortunio che porta allo scoperto la debolezza di un esecutivo che fa fatica ormai a tenere la rotta politica, senza inciampare nelle proprie contraddizioni. L’azzeramento del provvedimento è ormai ufficiale: il governo rinuncia alla conversione del decreto legge in materia di sicurezza. La comunicazione arriva dal ministro per i Rapporti con il Parlamento, Vannino Chiti, al termine della conferenza dei capigruppo della Camera. Un passo indietro a cui fa seguito l’annuncio che il Viminale sta lavorando a «un altro provvedimento legislativo con carattere di necessità e urgenza» che verrà varato nella riunione del Consiglio dei ministri del 28 dicembre, «prima della scadenza dell’attuale». Un decreto che non contrasterebbe con il divieto di reiterazione previsto dalla sentenza della Consulta.

«Si tratta di un provvedimento nuovo, che salvaguarda la continuità delle norme ma che era già nuovo grazie alle modifiche introdotte al Senato», spiega Chiti. Un decreto che non conterrà le norme sull’omofobia, entrate in un disegno di legge che verrà quanto prima licenziato dalla commissione Giustizia della Camera. «La sicurezza è sicurezza: l’omofobia è importante ma è un’altra cosa» aggiunge.

Il governo, insomma, chiude la questione e pronuncia il suo personale “preferisco vivere”, prendendo atto che la situazione di impasse è sostanzialmente irrisolvibile. La discussione di ieri in aula alla Camera, d’altra parte, aveva riprodotto fedelmente questo stato di impossibilità e di paralisi. Una maratona oratoria in cui erano intervenuti in numero quasi uguale gli esponenti della maggioranza e dell’opposizione, al punto da indurre il centrodestra ad accusare l’Unione di auto-ostruzionismo.

La decadenza del decreto, inoltre, era apparsa subito come l’unica scelta praticabile davanti all’annuncio del Quirinale, fermo nell’annunciare un «esame serio e rigoroso» del testo, e in particolare del riferimento sballato al trattato di Amsterdam in tema di omofobia. Un errore materiale a cui il Colle non avrebbe potuto in alcun modo concedere la propria benedizione. Senza contare poi l’insanabile conflitto tra la sinistra radicale e i moderati dell’Unione, con i primi compatti nel chiedere ad ogni costo l’approvazione da parte della Camera del testo uscito dal Senato e i secondi che contestavano le norme sull’omofobia e non nascondevano la loro preoccupazione per il rischio di uno stop da parte del Quirinale.

Alla fine, prigioniero tra la sinistra radicale e i teodem, il governo decide di non decidere per evitare che una modifica del decreto alla Camera imponga un nuovo voto al Senato, dove questa volta la Binetti sarebbe stata seguita dagli altri due teodem.

Insomma, per ricapitolare il complesso gioco di incastri, in caso di modifica della norma incriminata nella direzione voluta dalla sinistra radicale sarebbero insorti i teodem. In caso di azzeramento della norma anti-omofobia si sarebbero opposti Rifondazione, Pdci e Verdi. Mentre lasciando tutto così com’era, il decreto sarebbe andato incontro alla bocciatura di Giorgio Napoletano. Come dire che qualunque fosse stata la mossa il governo si sarebbe fatto del male con conseguenze politiche imprevedibili. Alla fine si è scelto di alzare le mani e far decadere il decreto nella consapevolezza che il fortino di Palazzo Madama non avrebbe retto a un’altra votazione sul filo di lana, come quella dello scorso 6 dicembre.

A questo punto l’opposizione ha gioco facile a puntare il dito contro la colossale imperizia dimostrata dall’esecutivo in questa occasione.

«Il governo dovrebbe dimettersi per vergogna», dice il vicecoordinatore di Forza Italia, Fabrizio Cicchitto. «Sulla sicurezza il governo ha offerto la riprova che oramai ha perso la bussola e che è una banda in cui ognuno suona a modo proprio», aggiunge il segretario della Democrazia cristiana per le autonomie, Gianfranco Rotondi. E Alfredo Mantovano attende a breve le dimissioni di Giuliano Amato.

La figuraccia è servita, insomma. Resta da vedere quali strascichi e quali scorie lascerà questo pasticciaccio sugli equilibri di una maggioranza in cui i malumori e i reciproci sospetti crescono ogni giorno che passa.

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2 COMMENTS

  1. Superficialità
    Salve
    beh il governo (con la g minuscola, anzi, microscopica) si è già suicidato diverse volte, a partire dai Dico, dalla Politica Estera, ai limiti di retribuzione ai dirigenti . Non Chiamiamolo “Harakiri” termine Giapponese che significa forse l’esatto contrario del comportamento prodino: il suicidio rituale (detto anche Seppuku) fatto al fine di preservare la propria onorabilità di fronte ad accuse infamanti. Invece qui c’è l’invereconda volonta di sopravvivere nonstante tutto ed a qualsiasi costo. Il vero mito di Prodi è “Pasqualino Settebellezze” del famoso film della Wertmuller.
    Però questo comportamento lo fa andare avanti. Si può solo sperare in un “Incidente”, un’influenza di qualche senatore che lo metta in minoranza. Se no altro che Italia triste e sciatta : saranno i cittadini a fare Harakiri.
    Saluti

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