Sull’acqua Di Pietro razzolava bene ma ora predica male

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Sull’acqua Di Pietro razzolava bene ma ora predica male

06 Giugno 2011

Sono passati quasi ventanni ma non dimentichiamo quel ministro di polso del primo governo Prodi che voleva mettere a regime il dicastero dei lavori pubblici, eliminando sprechi e inefficienze. Si era accorto, questo coraggioso servitore dello stato, che nel Mezzogiorno c’è un gigante addormentato e abbandonato nelle mani delle consorterie locali: l’acquedotto pugliese, migliaia di chilometri fra il condotto principale e le sue diramazioni, che porta acqua a quattro regioni e centinaia di comuni.

All’epoca, siamo a metà degli anni Novanta, l’acquedotto fatturava intorno ai mille miliardi all’anno ma in molti ne criticavano gli sprechi e la gestione clientelare, tanto che l’eroico ministro si fece avanti, integerrimo, minacciando i vertici dell’ente di tagliare i ricchissimi emolumenti provenienti dalla Ue se non si fosse proceduto, al più presto, e senza indugio, ad una ristrutturazione dell’acquedotto più grande del mondo.

Ovviamente c’era un solo modo per riuscirci: privatizzare l’acqua, una di quelle imprese titaniche di cui agli italiani non è mai stato spiegato, fino in fondo, l’utilità, così com’è avvenuto per il nucleare. Perché spendere (e spandere) per un servizio che costa di più ed offre meno? Così, il ministro senza macchia e senza paura, a quei tempi reduce da altre vittoriose battaglie contro il sistema corrotto della Prima Repubblica, s’impegnò a realizzare questo sforzo sovrumano.

Quel ministro si chiamava Antonio Di Pietro. Oggi, però, il leader dell’IdV ha cambiato idea diventando l’alfiere del referendum contro la privatizzazione dell’acqua. Viene proprio da dire che il "Tonino" nazionale è uno che razzolava bene ma ora predica male.