“Sulle accuse di mafia il presidente Fini deve decidere da che parte stare”

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“Sulle accuse di mafia il presidente Fini deve decidere da che parte stare”

03 Dicembre 2009

«O di qua o di là»: di fronte ad accuse di mafia – dice il vicepresidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello a Gianfranco Fini – «non c’è spazio per distinguo».

Fini si deve dimettere?

«Non è una richiesta politicamente all’ordine del giorno. Tra l’altro, non c’è nemmeno lo strumento per ottenerle perché non si può presentare una mozione di sfiducia al presidente della Camera. Non è questo il problema».

Quale è il problema, allora?

«Valutare politicamente le prese di posizione di Fini. Personalmente, non spenderei una parola sul fuorionda, perché ritengo incivile che il dibattito si nutra di cose rubate dal buco della serratura. Invece l’intervento a Ballarò è un atto politico consapevole. E lì ho avuto l’impressione di un presidente della Camera che svolge un ruolo più da libero battitore che da cofondatore del Pdl. Esprimendo opinioni legittime ma lontane dal comune sentire del partito».

Ma quali colpe gli addebitate?

«Non parliamo di colpe. Però ci sono affermazioni vere in astratto – chi non riconosce che il suffragio elettorale non garantisce l’immunità? – che assumono valore diverso calate in un dato momento storico».

E in questo momento…

«È sotto gli occhi di tutti il conflitto tra giustizia e politica e il tentativo di riscrivere la storia del nostro leader e del nostro partito come storia criminale. Di fronte a questo il partito reagisce con forza e se si vuole anche con cuore, non con affermazioni accademiche».

Fini a Ballarò ha premesso di esser convinto che Berlusconi non ha nulla a che fare con la mafia.

«Se è sicuro che Berlusconi non c’entra niente, è bene che si schieri contro il tentativo di farlo passare per mafioso».

Cicchitto parla di «opposizione al governo». Fini è un problema?

«Il clima di fibrillazione – determinato ancor più che dai suoi interventi, da alcuni suoi seguaci, goliardi che giocano con cose più grandi di loro – non fa bene al governo».

Il richiamo al rispetto della maggioranza più che il «popolo delle libertà» ricorda il «centralismo democratico» del Pci.

«O diciamo che i partiti non devono più esistere oppure devono avere un principio di disciplina. Accettando la provocazione, parlerei di centralismo democratico postmoderno: quello che vale ed è intoccabile in una democrazia degli elettori è il programma. Al di fuori di quello, c’è una serie di temi su cui il dibattito è libero e Fini può benissimo svolgere un ruolo di ”coscienza critica”. Ma, se potessi dare un consiglio a Fini, gli direi che dovrebbe confrontarsi con chi non la pensa come lui nel partito, piuttosto che cercare il consenso esterno di salotti radical chic che lo allontano dal sentire del partito e lo strumentalizzano».

Insomma lo accusate di intelligenza col nemico?

«L’intelligenza col nemico presuppone una volontà, un dolo. Non ho mai formulato un’accusa di questo tipo».

Lo richiama al rispetto del programma, ma in esso non ci sono attacchi ai giudici e leggi ad personam.

«Non c’era nemmeno scritto che si provasse a sovvertire il risultato elettorale e a riscrivere la storia facendo passare quella del nostro partito come scritta da qualcuno a servizio della mafia. Di fronte ad un’accusa come questa ci si stringe a coorte, e non c’è più spazio per distinguo: o si sta di qua o si sta di là».

(da il Mattino)