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Sulle riforme i Ds cambiano rotta

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In una intervista al “il Giornale”, il vicecapogruppo dell’Unione al Senato introduce riflessioni interessanti sul futuro politico. Al contrario di coloro che vanno alla ricerca di fronde da acquisire col ‘metodo Mastella’, dopo il fallimento dell’operazione Follini, il Senatore Latorre apre alla Cdl affermando che dal confronto col suo leader Berlusconi non si possa prescindere. “Io non sono tra quelli che privilegiano solo alcuni nella Cdl” - afferma Latorre, e “non si può prescindere da Forza Italia”: deve essere stato un brutto colpo per Casini!

Al di là delle solite ermetiche espressioni dei politici, ciò che emerge dall’intervista è che si vorrebbe mettere con le spalle al muro la sinistra radicale. Sembra che l’olezzo di stantio che proviene dall’ortodossia neocomunista stia diventando un fardello troppo grosso per la credibilità dell’azione politica del centrosinistra. In un contesto socio-economico di flessibilità e di innovazione, il condizionamento conservatore di frange reazionarie di società premoderne, ancora legate ai vecchi concetti di classe operaia e di padronato, impedisce la realizzazione sia delle riforme, sia degli interventi finalizzati alla crescita ed al rinnovamento.

L’apertura di Latorre è principalmente sulle riforme del sistema, le stesse che nello scorcio finale della precedente legislatura erano state votate a maggioranza dal Parlamento dal solo centrodestra. Si ricorda che Prodi, allora ancora Presidente della Commissione europea, aveva posto il veto alla sinistra intera di partecipare, assieme al centrodestra, alla stesura delle modifiche costituzionali. Prodi e la sinistra contavano sul principio della contestazione di ogni cosa e sull’opposizione, oltre ogni limite, ad ogni iniziativa del governo Berlusconi, per poter costruire il successo elettorale accreditando la tesi che quel Governo danneggiava ed era un pericolo per il Paese.

Col principio che le Regole dovevano valere per tutti, la sinistra che pure nella legislatura ancora precedente, aveva varato un legge sul federalismo lacunosa e dannosa, sulla scia del prevalere della sinistra alle elezioni politiche ha condotto una battaglia serrata per la bocciatura al referendum delle modifiche costituzionali, con l’esito di annullare tutto quanto e di costringere il Paese ad iniziare tutto da capo.

“Senza dubbio c’erano in quella riforma cose interessanti e intuizioni giuste. Solo che fu fatta a colpi di maggioranza” – sostiene oggi Latorre – ma ricordiamo ancora le espressioni di Scalfaro e gli appelli accorati di Prodi e Fassino perché gli italiani rigettassero quella riforma che “divideva l’Italia” ed attribuiva “poteri esorbitanti” al Capo del Governo, evocando pericoli di derive autoritarie naturalmente del solito Berlusconi.

Nel corpo dell’intervista il senatore Latorre ne ha un po’ per tutti, bacchetta  il sindacato che “negli ultimi anni hanno un po’ perso di vista l’interesse generale, e il loro ruolo si è offuscato” e riferendosi alla sinistra neocomunista afferma che “le alleanze sono figlie della legge elettorale”. Una riflessione sorge spontanea: avrebbe detto le stesse cose il senatore Latorre se la sinistra alle ultime elezioni non avesse perso consensi?

Qualunque sia la risposta al quesito posto, emerge che a sinistra dimessa l’arroganza di Prodi, stia maturando il cambio di rotta sulla chiusura totale all’opposizione emerso subito dopo il voto.

Fermo il principio che questo Governo deve cadere perché è fuori dalla fiducia dei cittadini italiani, ed è figlio di una competizione elettorale falsata di cui i brogli sono solo l’ultima lettura della truffa ai danni del Paese. La strada migliore sarebbero le nuove elezioni ma da cittadini pensare al varo della riforma costituzionale, ed ad una nuova legge elettorale che ponga limiti ai veti dei piccoli partiti, la tentazione c’è tutta.

Latorre è però l’uomo di D’Alema che forse sonda il terreno: cosa sta studiando D’Alema per ostacolare l’ascesa di Veltroni, uomo della provvidenza della sinistra con doti speciali?

 

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