Sull’immigrazione Viminale e Università Cattolica si stringono la mano
11 Maggio 2010
di Redazione
Il Viminale e l’Università Cattolica di Milano hanno stretto ieri una alleanza formale sui temi della immigrazione e della sicurezza. Nell’aula magna di Largo Gemelli sono stati presentati – alla presenza, tra gli altri, del sindaco di Roma Gianni Alemanno e di Letizia Moratti, sindaco di Milano – i risultati di una ricerca promossa dal Dipartimento per le libertà civili e l’immigrazione del Ministero dell’Interno italiano e svolta dal Dipartimento di Sociologia dell’Università Cattolica di Milano con la direzione scientifica del Prof. Vincenzo Cesareo che hanno studiato alcune delle periferie urbane italiane più a rischio. Disagio sociale, abitativo e scolastico, insicurezza e degrado urbano, problemi culturali e comunicativi, carenza di politiche sociali per le aree a rischio. Questi alcuni degli aspetti maggiormente rilevanti emersi dallo studio "Processi migratori e integrazione nelle periferie urbane".
Secondo la ricerca in totale gli extra comunitari in Italia sono 5 milioni, divisi tra 4 milioni di residenti, 497 mila in possesso di permesso di soggiorno e 544 mila irregolari. La percentuale dei clandestini registra un aumento, passando dal 9,1% sul totale registrato a inizio 2009 al 10,7% del 2010, un valore comunque inferiore rispetto al 16,1% del 2005. Le periferie italiane come le banlieue parigine? Le "aree deboli" delle nostre città possono essere teatro di rivolte dei giovani immigrati? Per Vincenzo Cesareo, docente all’università Cattolica di Milano e tra gli autori della ricerca "Processi migratori e integrazione nelle periferie urbane", presentata a Milano, la risposta è "No, almeno per ora". Il disagio e il malessere, infatti, non sono tali da far pensare a fenomeni simili. Mancano cioè i presupposti che possano generare fenomeni simili a quelli delle rivolte parigine. "Il degrado e l’immigrazione in Italia, pur tendendo a cumularsi, non sembrano ancora coincidere – spiega Cesareo – Gli immigrati vivono più spesso in una condizione di disagio abitativo, ma hanno un accesso al lavoro. Anche se precario". Inoltre, la seconda generazione di immigrati, in Italia, non ha ancora le dimensioni che assume nella società francese. "Se quindi, almeno finora, non si possono assimilare le tensioni che si sono verificate nelle periferie italiane con quelle francesi – conclude Vincenzo Cesareo – non va però escluso che possa accadere in futuro". Il rischio, quindi, esiste. Ed è necessario mettere in atto politiche preventive di intervento per evitare che le situazioni già critiche degenerino.
Il ministro dell’Interno, Roberto Maroni, ha definito la ricerca un "monitoraggio che si è rivelato uno strumento molto utile per impedire che in Italia si creino delle banlieue". Quello che non è passato politicamente inosservato è il fatto che un tema come quello della sicurezza sia stato affrontato in una comunità accademica e, soprattutto, cattolica. La necessità di aumentare la soglia di attenzione e controllo nelle zone disagiate diventa ora la conditio sine qua non per poter realizzare l’integrazione. La novità emersa da questo incontro, è stata l’emergere dell’affinità d’intenti fra l’elite degli studiosi cattolici e il capo del Viminale. Nel suo intervento finale, il ministro ha puntato utilizzando toni pragmatici anche sul tema delle autonomie – i poteri che gli enti locali hanno per intervenire nel campo della repressione e dell’integrazione. Maroni, rimanendo fedele al binomio integrazione e sicurezza, si è detto ottimista riguardo al raggiungimento dell’obiettivo-integrazione, a patto che conoscano e si studino i territori difficili da governare ma, allo stesso tempo sottolineando il bisogno di offrire delle alternative per l’inserimento, a cominciare da un maggior accesso al mercato del lavoro per tutti i residenti.
(Alma Pantaleo)
