Sull’università la Gelmini si prende una pausa ma non rinuncia alla riforma

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Sull’università la Gelmini si prende una pausa ma non rinuncia alla riforma

03 Novembre 2008

Ormai l’hanno capito tutti che per fare il punto su quanto sta accadendo nell’università italiana è necessario fare un passo indietro di almeno quattro mesi, quando il governo approvò la famosa n.133, la legge Finanziaria che ha stabilito tagli indiscriminati e onerosi per tutti i ministeri. Allora la Gelmini parlò di sacrificio obbligatorio, della necessità di rimettere i conti del paese in ordine, del dovere della politica di riequilibrare l’utilizzo delle risorse al meglio proprio per dare un futuro alle giovani generazioni che oggi la contestano in piazza. Appoggiò le scelte del ministro Tremonti, condividendo le decisioni prese, come si appoggerebbe il buon padre di famiglia che, a fronte di un gravoso imprevisto, chiede a tutti i familiari di fare un sacrificio anche oltre le forze. Probabilmente allora sottovalutò il peso di quel sacrificio, non immaginando neanche quanto caldo potesse essere il suo autunno e quali conseguenze avrebbe potuto avere non tanto sulla sua immagine pubblica – che da “matricola” aveva tentato di costruirsi, non senza qualche esagerazione, nei mesi precedenti – quanto sull’idea che si era fatta degli obiettivi da raggiungere. Forse all’epoca il ministro non si era resa conto neanche che quei tagli sarebbero stati in alcuni casi troppo onerosi, che avrebbero comportato la chiusura di università prestigiose oltre che di quelle più piccole, che avrebbero colpito indiscriminatamente gli atenei virtuosi come quelli scellerati e che sarebbero stati utilizzati dai suoi oppositori politici (che parlando di università ben poco hanno a che fare con Veltroni) come un’arma ben più affilata con cui paralizzare l’azione del governo.

E da allora – bisogna ammetterlo – la Gelmini, per inesperienza o perché mal consigliata, ha sbagliato la tempistica di alcune sue uscite. Tanto che anche i provvedimenti che l’opinione pubblica aveva accettato con evidente entusiasmo (e che nulla avevano a che fare con la manovra finanziaria di Tremonti) – come le “misure anti-bullismo” per gli studenti delle superiori – sono state date in pasto all’opposizione, che ne ha fatto l’uso strumentale di cui è più capace.

Col senno di poi, probabilmente, il ministro farebbe le stesse cose ma con tempi completamente diversi, forse aspetterebbe il periodo della sospensione delle lezioni per fare le sue uscite, depotenziando così di gran lunga l’onda della protesta, e con ogni probabilità porrebbe un freno preventivo se non di contrasto alle decisioni dell’Economia, che per ora hanno avuto l’unico scopo di paralizzare la sua stessa azione di governo. Ma tant’è, ormai è andata. E ora che succede?

Nelle file della maggioranza per la prima vota da quando la protesta è montata sembra esserci una linea di azione comune, in ogni caso segnata dalla prudenza e dall’apertura. Forse perché non ci si aspettava da un’opposizione allo sbaraglio una mobilitazione così dura e soprattutto un calo dei consensi nei confronti del Cav. così repentino. Qualsiasi sia il motivo, e da qualsiasi parte provengano le "linee guida", oggi dalla lobby dei parlamentari, docenti del centrodestra una voce unanime invita alla cautela e sul fronte della maggioranza si aprono da più parti spiragli per il dialogo.

Ha cominciato Calderoli, che in un’intervista a Repubblica ha dichiarato, rivolgendosi al leader dell’opposizione: “Bisogna prendere insieme delle decisioni, non per premiare o punire qualcuno ma per creare una base reale di ragionamento e ripartire”, e attorno al ministro della Semplificazione legislativa hanno fatto quadrato anche molti altri esponenti del centrodestra, dentro e fuori dal governo, come Gasparri, Alemanno e Formigoni. Proprio oggi infatti è stato il governatore della Lombardia a sollevare il problema dei problemi. Lo ha fatto in occasione della accesa inaugurazione dell’anno accademico del Politecnico e dichiarando: è “doveroso un recupero di efficienza” ma “le misure contabili non possono essere indiscriminate. È inaccettabile e sbagliato che non si tenga conto di chi ha agito con responsabilità”. Per una riforma dell’università – ha aggiunto Formigoni – è necessario il dialogo con “i protagonisti del sistema universitario”. Primi tra tutti quei Rettori che hanno guidato la protesta dei giorni scorsi.

E proprio sul fronte dei rettori sembra che qualcosa si stia muovendo. Mentre c’è chi, come il Rettore del Politecnico di Milano, alza ancora i toni della protesta e manda in giro circolari agit-prop a tutti gli studenti, c’è anche chi, come il neo rettore della Sapienza Frati, chiede un confronto al governo nel quale “l’università reclami prima i propri doveri e poi i propri diritti”. E, mettendo insieme risanamento finanziario e meritocrazia, ripensi in termini virtuosi per l’università il blocco del turn over della docenza.

Ma in tutto questo in molti si chiedono: che fine ha fatto la Gelmini? Sembra che il ministro abbia imparato la lezione e si prepari ad una lunga gestazione, almeno per quel che riguarda la riforma organica dell’università, nonostante da più parti ci sia qualcuno (leggi Giavazzi sul Corriere di oggi) le richiede interventi incisivi e in tempi rapidi. Niente rivoluzioni nel reclutamento dei concorsi, ma solo qualche aggiustamento, e niente riforma della governance, almeno per ora. Insomma, nessun provvedimento affrettato almeno fino a quando il ministro non avrà ben chiara la situazione finanziaria delle università, tanto chiara da consentirle di chiedere (se non di imporre) a Tremonti un’attenuazione ragionevole dei tagli.

Intanto l’onda continua ad avanzare: i sindacati annunciano una loro proposta di riforma universitaria e programmano il prossimo sciopero generale per il 14 novembre – sciopero che continua a mettere insieme gli interessi dei baroni dell’università con quelli dei dipendenti pubblici – e l’opposizione tira dritta per la sua strada. "Vedo che il governo manifesta sull’Università una preoccupazione e una attenzione nuove rispetto a quanto ha mostrato sinora", ha dichiarato Veltroni. "Ne prendiamo atto.
Ma, se il governo è interessato ad aprire su questi temi un confronto in Parlamento questo sarà possibile solo a condizione che vengano sospesi e resi inefficaci i provvedimenti contenuti nella manovra finanziaria che impediscono, con tagli indiscriminati a scuola e università, ogni intervento necessario per il rilancio del nostro sistema formativo ed educativo". Un modo come un altro per ritrovare la sua vera base elettorale.