Vita da difendere

Tafida si muove! Il suo “miglior interesse” è vivere

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È di oggi il reportage, tenero e dettagliato, di Angela Napoletano su Avvenire, in cui si descrivono le condizioni della piccola paziente inglese ricoverata in stato di coscienza minima dallo scorso 9 febbraio. Tafida è ricoverata nel reparto di terapia intensiva del Royal London Hospital, affiancata dall’amore dei suoi genitori che cercano di rendere l’ambiente, oltre che la situazione, più dolce per la piccola con cartoni animati e peluches. Le sue condizioni, lo ricordiamo, sono critiche a seguito di una emorragia cerebrale provocata da una malformazione arterio venosa. Ma la bambina, anche se intubata, è viva. Al dolce sussuro di Shelima, sua madre, che la invita ad alzare il braccio, Tafida reagisce e accenna un movimento, così come, avendo nelle mani dei pezzettini di carta stagnola, invitata a stringere i pugni, la bimba riesce a far scricchiolare la carta. Eppure, tutto questo sembra non bastare a chi, invece, crede sia bene per la piccola che le venga sospesa ogni cura, terapia, qualsiasi sostegno alla vita: non solo dunque la respirazione artificiale, ma anche idratazione e alimentazione.

La vita di Tafida Raqeeb, già precaria in sé, è anche esposta quindi alla precarietà di una lotta che va oltre il suo singolo e drammatico caso: è la lotta tra chi crede che ci siano vite-non-vite, non degne di essere vissute, e tra chi invece sostiene che al di là delle condizioni ci siano vite da osservare, ascoltare, contemplare affinché si capisca che sono vite che vivono.
La fragilissima condizione di Tafida è appesa al filo oscillante dell’attesa, un’attesa che rende la sua condizione sempre più esile a causa dei rischi che il passare del tempo comporta. Tutta l’attenzione è rivolta a quando e a cosa l’Alta Corte Britannica deciderà per Tafida, se affermerà che il suo “migliore interesse” è morire, così come indicato dai medici, o se sosterrà che il “migliore interesse” per la bambina è continuare a vivere, favorendone così il trasferimento all’ospedale Gaslini di Genova come richiesto dai suoi genitori

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