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Ritorno al futuro

Tanti, maledetti e subito. Cosa dice il Recovery Plan italiano sulle aree interne.

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E’ inutile far finta di nulla. 196 miliardi per il prossimo quinquennio sono un’enormità di soldi e una montagna di opportunità. Il rovescio della medaglia però è che se non saranno sfruttate in modo adeguato avranno un’effetto boomerang sulla nostra economia (oltre che sul nostro debito).
Il Recovery Plan Italiano, per quanto ne sappiamo ad oggi, visto che al momento abbiamo documenti solo in bozza, è costruito intorno a quattro linee strategiche di intervento e quindi di finanziamento: modernizzazione del Paese, transizione ecologica, inclusione sociale e territoriale e parità di genere.
Scorrendo le oltre 120 pagine del Piano italiano si ha l’impressione di percorrere una specie di libro dei sogni, un elenco di propositi condivisibili, ma generici a tal punto da risultare effimeri oltre che tanto numerosi da rendere difficile immaginare che tutti i pezzi del puzzle possano finire al posto giusto nei tempi giusti.
L’unico spiraglio di luce all’interno del Piano si scorge nei paragrafi, sparsi qua e là in modo trasversale nel tomo, che parlano di cultura e turismo, soprattutto intesi come leva di rinascita per le aree interne e il Mezzogiorno. Qui, tra le righe, sembra trasparire una maggiore consapevolezza nel fatto che gli interventi volti ad investire nella bellezza del Paese siano l’unica via da percorrere al fine di consolidare la capacità di attrazione dei flussi turistici e le potenzialità (ancora in gran parte nascoste nelle aree interne) dell’enorme patrimonio storico , culturale e naturale offerto dal nostro Paese. 
Secondo l’impostazione strategica del PNRR infatti la riconversione ecologica può andare di pari passo con il turismo e il rilancio delle zone svantaggiate dello Stivale e deve rappresentare un terreno di nuova competitività per il nostro Paese. Per esempio, attraverso investimenti in agricoltura sostenibile e di precisione, proprio nel Mezzogiorno e sugli Appenini, dove risulta altrettanto fondamentale la valorizzazione e il presidio dell’ecosistema agricolo e forestale.
Concentrarsi sul supporto e sul rilancio delle aree interne concorre anche al raggiungimento degli obiettivi contenuti nel pilastro dedicato all’inclusione sociale e territoriale. Trasformare i territori più impervi del nostro Paese in poli di attrazione specializzati in turismo lento, valorizzazione di beni architettonici inediti, sperimentazione di tecniche raffinate e innovative di agricoltura di precisione avrebbe l’effetto indiretto di aumentare l’accessibilità di questi luoghi e di attivare una leva virtuosa per il ripopolamento, la riduzione del gap infrastrutturale e digitale e il raggiungimento di una migliore (e più equilibrata) qualità di vita tanto nei centri urbani quanto nelle periferie, tanto a Sud quanto a Nord, in centro centro e in periferia.
É positivo che il Piano, per raggiungere questi fini, faccia riferimento alla necessità di potenziare la formazione turistica professionale di qualità, anche attraverso la creazione di una struttura nazionale per la formazione del personale addetto alle attività turistiche, aggiungeremmo specializzate sulle aree interne, e attraverso la revisione dei programmi di formazione e la ri-definizione dei profili professionali al fine di adeguarli alle necessità di ciascun sito turistico-culturale.
Inoltre, si prevede un ampio piano di riqualificazione degli immobili pubblici in stato di abbandono o sottoutilizzo, sempre ricorrendo a tecniche di edilizia green, si agirà sulla tutela e sulla valorizzazione del patrimonio storico, architettonico e artistico vincolato, che comporta il recupero e la valorizzazione dei centri storici, di beni culturali (musei, parchi archeologici, complessi monumentali) di parchi e giardini storiciParticolare attenzione sarà dedicata al recupero di siti di inestimabile valore paesaggistico e culturale nelle aree interne del Paese, spesso trascurati o poco noti perché fuori dai circuiti turistici tradizionali. Si interverrà inoltre sui piccoli borghi storici e rurali, con azioni specifiche e mirate sul patrimonio storico – culturale e religioso (abbazie, chiese rurali e santuari). 
Il fatto che si pensi di agire nel rispetto dei caratteri identitari e tipici dei diversi contesti locali, anche attraverso un nuovo modello di turismo sostenibile in grado di valorizzare in modo integrato le risorse dei territori e favorendo la de-stagionalizzazione della domanda turistica, ci fa pensare che – forse per la prima volta – l’approccio alle politiche turistiche del nostro Paese si sia trasformato e si rivolga, finalmente, non solo alle grandi città e ai siti noti, bensì alle migliaia di piccoli siti di eguale valore storico, architettonico, culturale e naturalistico presenti in ogni angolo del nostro meraviglioso Paese. Non c’è dubbio che queste azioni, se emesse in pratica in modo costante e capillare, aiuteranno il rilancio delle attività commerciali, la valorizzazione delle produzioni agroalimentari e artigianali della tradizione collegate a saperi e tecniche locali. 
La bellezza diffusa deve diventare il nuovo mantra, l’unico che potrebbe garantire un futuro di crescita e prosperità al nostro Paese.
Auguriamoci di ingranare questa marcia, quella giusta, e di rinascere da questa crisi ripartendo dalle origini. Le nostre.
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