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Tarantino rende omaggio ai B-movie anni ’70

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Quentin Tarantino, ultimo maestro incoronato del cinema contemporaneo, esce nelle sale cinematografiche con un film accompagnato tiepidamente da parte di una critica conformista e troppo abituata a leggere e cercare in lui, ad ogni costo, l’autore di Strike-movies.  Il fatto è che il nostro con Grindhouse–A prova di morte questa volta si propone soprattutto a se stesso, al pubblico e al suo pubblico con un’idea molto limpida: divertire, divertendosi.

E del divertissement tarantiniano ci sono tutti gli ingredienti, sempre gli stessi: attori da recuperare con l’ironia, come un Kurt Russell-Jena Plinsky, di nuovo antieroe ma questa volta maniaco ridisegnato in chiave grottesca, semidive emergenti su cui giocare come Rosario Dawson, attori e attrici da inventare come Vanessa Ferlito, Sydney Tamiia Poitier, Zoe Bell, Jordan Ladd, Omar Doom, Marcy Harriel.

L’estetica pop è presente sotto ogni latitudine e longitudine: cibo fast food, melanconie su tecnologie perdute come le musicassette e i vinile, dialoghi che tendono all’assurdo, pasticcio di generi, colonna sonora d’eccezione, per un autore che non perde occasione per mettere in mostra la sua conoscenza cinematografica enciclopedica.

Le inquadrature restano fumettistiche con colori sparati e un contrasto marcato, miscelandosi ad una narrazione che cerca la letteratura libertaria, l’evasione naturalista e violenta alla Edward Bunker, allontanandosi però dal profilo impegnato che ad essa si associa, attraverso il proverbiale sarcasmo. Il citazionismo sui B movies, in questo film resta un omaggio dichiarato al cinema italiano dell’ ”Italia a mano armata” degli Umberto Lenzi, giudicato molto più divertente di quello contemporaneo giustamente definito “noioso”.

Il film - che per il percorso della trama ricorda la sceneggiatura di Dal Tramonto all’Alba, 1996, per la regia dell’amico Rodriguez - si presenta lineare, scorrevole tra dialoghi anch’essi proverbialmente tarantiniani per arrivare ex abrupto ad una svolta inaspettata che in Dal Tramonto all’Alba è l’irrompere sulla scena dei Vampiri, qui è un incidente automobilistico frontale che manda in pezzi corpi, senza mai assecondare però logiche da horror splatter, etichetta ingiustamente affibbiatagli.

La location è il Texas di Austin, dove si incrociano improbabili sceriffi, attrici dal taglio di capelli alla Bellucci vestite da cheerleaders, ragazze facili e difficili, tutte in cerca d’emozioni forti e un’anima nera,  Kurt Russel, che si aggira per le strade tra piogge torrenziali e la quotidianità afosa del deserto. Atmosfere on the road tanto care ad una società “malata” ed in fuga come la nostra, come “malato” e in fuga resta per definizione il mondo di Tarantino. I tempi sono ancora una volta quelli degli  anni ’70, giudicati dal regista molto più divertenti degli attuali. La regia resta sempre pregevole con una cura meticolosa dei particolari assolutamente in stile: la pellicola trattata, invecchiata, il montaggio inesatto, troncato, anche in occasione del finale. Una qualità volutamente mai impeccabile come modello B movies anni ’70 richiede, immancabile poi la cifra registica dell’inquadratura dall’alto in basso dal cofano della macchina aperto.

Il film paga una genesi complessa, da subito un percorso complicato, con il tentativo di Tarantino e Rodriguez di arrivare ad un film a doppia firma, cui si è messa di traverso la produzione e la distribuzione, Tarantino ha dovuto quindi adattarsi, paradosso della sorte, a rimontare sequenze e materiali scartati, ma oltre questo, Grindhouse – A prova di morte, resta parte a pieno titolo del suo cinema, e sotto un certo profilo del meglio del suo cinema, ovvero il racconto di personaggi che dai loro disvalori assumono il carattere dell’archetipo, di una società disarticolata e nichilista che nel diventare teatro tragico-grottesco si riscatta.

Al di là dei cliché, permane nel cinema di Tarantino e anche nel divertissement rappresentato da quest’ultimo lavoro, indipendentemente dalle intenzioni del regista, la tensione verso una creazione tutta personale di un’epica distorta e quindi una volontà positiva sull’esistente, punto di partenza per qualsiasi rifiuto al nichilismo di maniera.

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