«Taranto è la tomba dell’ideologia e l’Ilva potrebbe diventare la tomba dell’industria italiana»

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«Taranto è la tomba dell’ideologia e l’Ilva potrebbe diventare la tomba dell’industria italiana»

18 Agosto 2012

«Taranto è la tomba dell’ideologia e l’Ilva potrebbe diventare la tomba dell’industria italiana». Il funesto presagio è di Gaetano Quagliariello, vicecapogruppo del Pdl al Senato, che nella sua analisi sulla vertenza industriale più drammatica degli ultimi anni mostra quelli che per lui sono i due lati della stessa medaglia. «Dietro i drammi veri bisogna sempre ricercare lo scontro delle idee. A un’ideologia comunista, fondata sul mito dell’eguaglianza, ma soprattutto sull’odio contro il profitto, si è sostituito l’ecologismo: la sua versione post-moderna, che ha ereditato il mito della lotta di classe coniugandolo con l’idea che si possa combattere il profitto attraverso la decrescita», spiega. E la storia di Sel, secondo Quagliariello, si innesta in questo solco ideologico. «Non è un caso che Taranto si trovi nella Puglia di Vendola».

Sta dicendo che il governatore è responsabile del caso llva?

«No, ma Vendola è stato tra quelli che hanno creato il clima culturale che ha portato a sottovalutare la posta in gioco. Quando c’era l’Italsider, l’inquinamento in città era molto superiore. Ma era un inquinamento di Stato, nessuno disse niente: come se facesse meno male. A salvare la città è stata la privatizzazione. A quel punto è entrata la dimensione del profitto, che ha diminuito l’inquinamento, ma lo ha reso inaccettabile. E Vendola continua a cavalcare la mistica antimercato».

Sì, ma qui parliamo di una città flagellata da morti per tumori provocati da emissioni tossiche durate decenni.

«Non c’è dubbio. Ma l’idea che sviluppo e ambiente potessero porsi l’uno contro l’altro come se fossero due ideologie avversarie ha portato al dramma attuale, in cui la vecchia ideologia si è ribellata alla nuova. Oggi i primi a contestare le scelte che potrebbero portare alla "depilazione", cioè al crollo del Pil, sono i vecchi operai e i sindacati. Se non si portano sviluppo, salute e ambiente ad integrarsi, l’Italia potrebbe diventare un Paese non più adatto all’industria. Per questo l’Ilva deve diventare un’emergenza e una priorità per il centro-destra».

Condivide il provvedimento di sequestro degli impianti disposto dal gip?

«I provvedimenti della magistratura, da un punto di vista tecnico, non mi sembrano del tutto balordi. Tranne l’ultimo, la revoca di Ferrante da custode: un palese abuso di potere da parte del gip».

E allora cos’è che non torna?

«La cosa incredibile è che questi provvedimenti sono stati invocati dalla politica, che invece di fare scelte di responsabilità cercando l’integrazione tra ambiente, salute e mercato, ha creato un terreno di coltura sul quale la magistratura poi si è trovata costretta a intervenire, senza disporre dell’elasticità della politica».

Le responsabilità della politica, come emerge dall’inchiesta, sembrano molto più terra terra: il solito giro di mazzette per addomesticare le perizie sull’llva.

«Sono due facce della stessa medaglia: la politica intesa come ideologia e come grande occasione per arricchirsi».

Come si sta muovendo il governo?

«In questo caso penso che il governo vada promosso a pieni voti. Condivido la scelta della Severino di avocare gli atti. Non è una scelta di condanna, ma la volontà di vederci chiaro su decisioni dalle quali dipende la politica industriale di un Paese».

Clini è stato crocifisso.

«Io, invece, ne farei un simbolo. Da ministro dell’Ambiente ha agito quasi fosse il ministro dello Sviluppo, ricreando un binomio tra questi due ambiti, che non sono affatto contrapposti. Lui ha capito che il solo modo di evitare la catastrofe dello sviluppo del Paese è inglobare in poche decisioni tutte le scelte mirate alla salvaguardia dell’ambiente e della salute, che provengono sia dall’Europa sia dalla magistratura. Darei un consiglio al Pdl: piuttosto che cercare di abbattere questo o quel ministro come se fosse un birillo, una volta tanto dovrebbe difendere la politica positiva di un ministro e fame la propria bandiera».

Tratto da "Libero"