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Tempi duri per riformisti e moderati, le urne di Napoli parlano chiaro

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L’approdo di De Magistris al turno di ballottaggio rilancia la discussione sulla natura della sua candidatura e delle forze che lo sostengono. Fiumi di parole sono state spese, forse a torto, sul candidato del centrosinistra a Milano. Giuliano Pisapia ha saputo parlare a tutti, confermando quel profilo garantista che lo ha sempre contraddistinto. Inoltre, a differenza di Napoli, le forze riformiste fanno parte della sua coalizione e rappresenteranno la parte predominante in caso di vittoria.

Caso diverso è quello di Napoli. De Magistris trionfa con una coalizione composta da Idv, Federazione della Sinistra ed una lista civica. Il PD resta escluso dal suo raggruppamento e l’ex magistrato punta a vincere portando in consiglio comunale ventinove consiglieri su 48 che rappresentano il 16% dell’elettorato napoletano. Tutto ciò è consentito da una legge elettorale di tipo maggioritario che premia il sindaco piuttosto che la coalizione.

Considerare gli eletti di De Magistris come una banda di pericolosi estremisti sarebbe un errore, in particolare se si guardano alcuni nomi della lista “Napoli è tua”, come i professori Vittorio Vazquez e Alberto Lucarelli, eletti in prima battuta. Tuttavia, non è possibile non evidenziare come all’interno di quella lista abbiano trovato ospitalità esponenti di un partito come quello dei Carc (Comitato di appoggio alla resistenza comunista) la cui rappresentante ha conseguito un risultato fortunatamente modesto. Basta fare un giro sul loro sito web per impallidire di fronte alle ragioni del loro movimento.

Ad uscire incredibilmente sconfitti sono i moderati ed i riformisti del centrosinistra. La sconfitta di Morcone risulta amplificata da un’attenta analisi sui risultati delle liste che lo hanno sostenuto. Allo stato attuale, gli eletti al Consiglio Comunale del Partito Democratico variano a seconda del sindaco che sarà eletto. Di quelli papabili, nessuno proviene dalla ex Margherita. Gli ex esponenti del fiorellino si sono piazzati dall’ottavo posto in poi (Sannino, Palladino, Venanzoni, Cilenti), restando di fatto esclusi dalla possibilità di ingresso nel parlamentino locale. Se a Milano i cattolici del PD, guidati da Fabio Pizzul e Patrizia Toia, hanno chiesto rassicurazioni a Pisapia sulle scelte programmatiche riguardo a temi come la famiglia e il rispetto del mondo cattolico, a Napoli si sono trincerati dietro ad un silenzio di difficile interpretazione. Tra i sicuri eletti, tre appartengono alla componente riformista (Fiola, Impegno e Di Marzio), mentre i restanti rientrano nell’orbita bassoliniana. L’ex governatore conferma di mantenere sacche di consenso capace di dirottare sui singoli consiglieri, come già dimostrato in occasione delle Europee e le regionali. 

Ancora peggio è andata alla lista dei socialisti guidata da Marco Di Lello, realizzata insieme i verdi. La riedizione della fallimentare esperienza del girasole ha raccolto un misero 0,84%, un risultato che ha del clamoroso se si considera che alle precedenti elezioni entrambi i partiti (Sdi e Verdi) avevano raccolto rispettivamente il 3,26% e il 4,78%. Un dato che archivia in modo definitiva la possibile rappresentanza di una sinistra ex socialista nel centrosinistra locale.

Comprendere dove sia andato a finire parte di questi consensi non è semplice. Indubbiamente una fetta di elettorato moderato ha fatto confluire i propri voti sull’Udc di Sommese e De Mita, considerando che i due ex esponenti della Margherita hanno piazzato i loro candidati (Lebro e Benincasa) nelle prime due piazze utili. Quasi ininfluente è stato l’appeal dell’Api di Rutelli.

Per quanto attiene i riformisti, il consenso è stato canalizzato parzialmente dalla lista Forza del Sud, dietro la quale hanno operato il governatore Caldoro e Maurizio Iapicca. Il movimento di Miccichè rappresenta la vera novità di questa elezione.

Il Pdl non è riuscito, invece, nell’opera di intercettare questo consenso. Anzi, si è verificato un fenomeno di perdita di elettorato in virtù delle polemiche che lo hanno caratterizzato in questi mesi, a partire dalla scelta del candidato sindaco. Una dimostrazione che la strategia di Velardi e l’appello dei cinquanta esponenti di sinistra per Lettieri nulla ha spostato in termini di voti.

Appare evidente il malcontento che riguarda l’elettorato del Pdl. I doppi e tripli incarichi ricoperti da alcuni dirigenti, le zone d’ombra di alcuni suoi rappresentanti locali e la costruzione di un blocco di potere su modelli che si ritenevano superati hanno fatto esplodere un dissenso evidente. Dopo due anni di successi, un rodaggio della macchina organizzativa ed un’inversione di rotta appare necessaria.

La scelta che i cittadini napoletani compiranno domenica 29 e lunedì 30 avrà un peso specifico anche per comprendere questi aspetti. Se gli elettori moderati e riformisti vorranno accordare il loro consenso a Lettieri sarà dovuto esclusivamente alla presenza di un’alternativa che risponde al profilo di De Magistris. Ma non si tratterà, di fatto, di una cambiale in bianco. Nel caso contrario, un forte segnale sarà indirizzato all’intero centrodestra come voto di protesta verso i propri dirigenti. Non comprenderlo, sarebbe un suicidio politico.

 

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