Terremoto punizione per astensione Unesco, Israele si scusa con Italia
30 Ottobre 2016
Israele si è scusato dopo che il viceministro della Cooperazione Regionale, Ayoob Kara, aveva definito il nuovo Terremoto nelle Marche e in Umbria una “punizione divina” per l’astensione italiana alla recente risoluzione dell’Unesco che ha negato le radici storiche ebraiche e cristiane di Gerusalemme. “Condanniamo e ripudiamo tali affermazioni del vice ministro”, si legge in un comunicato ufficiale attribuito al portavoce del ministero degli Esteri israeliano. “Sono disdicevoli, e sarebbe stato meglio se non fossero proprio state pronunciate”, prosegue la nota.
“Dopo aver reso quella dichiarazione, il vice ministro Kara ha espresso le sue scuse, sottoscritte da questo dicastero. Si tratta di parole che non rispecchiano in alcun modo le profonde relazioni tra i due popoli, e tra i governi d’Israele e dell’Italia. Il primo ministro Benjamin Netanyahu”, si sottolinea concludendo, “incontrerà quanto prima il vice ministro per una discussione chiarificatrice”. Kara, 61 anni, appartiene alla minoranza etnico-religiosa dei drusi, è deputato alla Knesset per il Likud, lo stesso partito di centro-destra guidato da Netanyahu.
Al termine di un’udienza in Vaticano, durante la quale era stato ricevuto da papa Francesco, Kara aveva detto: “Sono certo che il sisma si è verificato a causa della decisione dell’Unesco“. Lo stesso giorno il governo dello Stato ebraico ha richiamato in patria “per consultazioni” il suo ambasciatore presso l’agenzia Onu per l’Educazione, la Scienza e la Cultura, Carmel Shama-Hacohen. Nel controverso testo si utilizza tra l’altro la sola definizione araba per il sito che i musulmani chiamano ‘Spianata delle Moschee’.
L’astensione italiana sul voto all’Unesco è stato un passo falso del governo italiano, con il premier Renzi che ha cercato di metterci una pezza quando ormai era troppo tardi e una serie di posizioni piuttosto contradditorie del nostro ministro degli esteri, Paolo Gentiloni. Al momento, l’Italia ha preannunciato un cambio di atteggiamento alla prossima occasione, con il passaggio al voto contrario. La risoluzione dell’Unesco è stata comunque approvata con un numero di pareri positivi inferiore a quello delle astensioni, 24 a 26 rispettivamente, raccogliendo inoltre il no di sei Stati occidentali e comunitari: Usa, Regno Unito, Germania, Paesi Bassi, Lituania ed Estonia.
Le dichiarazioni del viceministro israeliano a Roma erano state lette con estrema attenzione, perché arrivate a ridosso di una importante visita di Stato del presidente Sergio Mattarella nella regione. Il Governo israeliano quindi si è mosso immediatamente e, nel giorno dello shabbat, ha ufficializzato attraverso il portavoce del ministero degli esteri una dura nota sulle dichiarazioni attribuite a Kara, viceministro di un dicastero di cui il premier Benyamin Netanyahu ha l’interim. Sono state comunque ore di tensione e in giornata si erano diffuse voci su una richiesta di scuse avanzate dal Quirinale al Governo israeliano.
Fonti diplomatiche hanno fatto sapere che dopo dichiarazioni del genere l’Italia non poteva non chiedere un chiarimento ad Israele ma non ci sono state richieste di scuse da parte del Quirinale. “Condanniamo le parole del viceministro Ayoub Kara – ha detto in mattinata il portavoce esteri Emmanuel Nahshon – Sono inappropriate e non dovevano essere pronunciate. Il viceministro si è scusato per questo e ci associamo a queste scuse”. Una presa di posizione chiara e inequivocabile, quella della diplomazia israeliana,favorita da un’intensa azione diplomatica da parte dell’ambasciata israeliana a Roma e da quella italiana in Israele, per gettare acqua sul fuoco.
Dopo le parole di Renzi sulla risoluzione Unesco sembrava che le relazioni tra Italia e Israele fossero tornate alla normalità, ricreando una atmosfera più serena in vista dell’arrivo di Mattarella. Le parole a gamba tesa di Kara hanno invece riportato in alto mare la vicenda complicando le cose rispetto alla visita del presidente italiano che mercoledì 2 novembre vedrà il premier Benyamin Netanyahu.
