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Sicurezza interna e internazionale

Terrorismo e immigrazione: l’Occidente paga i suoi errori

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Gli attentati che hanno colpito Bruxelles non solo dimostrano come l’ISIS costituisca ormai il maggior pericolo per la sicurezza dell’Europa, ma purtroppo confermano come in questi anni si siano commessi una serie di errori politici i cui effetti oggi sono davanti a tutti.

 

Il primo è stato la pessima gestione dell’immigrazione a cui si è dovuto fra fronte in questi ultimi tempi unita all’altrettanto fallimentare politica seguita sull’integrazione adottata  negli ultimi anni. Prima dell’emergenza dei rifugiati provenienti dal Nord Africa e dal Medio-Oriente, l’Europa si era trovata ad affrontare due ondate migratorie – quella seguita al termine del secondo conflitto mondiale e l’altra causata dal crollo dei regimi comunisti nell’Europa orientale – le cui caratteristiche erano però completamente diverse.

 

In entrambi i casi si trattava di persone che, pur provenendo da realtà economiche e politiche differenti, avevano comunque una comune radice culturale e religiosa che ne ha favorito l’integrazione nella nostra società. Quella che invece dobbiamo gestire oggi è un’ondata che arriva sulle coste europee spesso spinta più da motivazioni economiche che non dall’oppressione politica e dalla guerra e nella quale si nascondono anche dei potenziali terroristi pronti a colpire.

 

Ma il problema, purtroppo, deriva anche dalle scelte compiute in passato dai governi europei. Il massiccio arrivo negli ultimi vent’anni di immigrati provenienti dal Nord Africa e dai Paesi arabi ha di fatto radicalmente cambiato le caratteristiche dell’immigrazione, visto che questi gruppi hanno dimostrato forti difficoltà ad integrarsi nel nostro tessuto sociale ed urbano. In sostanza, ci si è illusi che attraverso la diffusione dei nostri modelli culturali fosse possibile integrare queste comunità favorendo la creazione di una società multiculturale dove ognuno avrebbe finito per trarne dei vantaggi reciproci.

 

Al contrario, non solo il progetto si è risolto in un pressoché completo insuccesso ma, peggio ancora, è apparso evidente come siano proprio le seconde generazioni, quelle che per intenderci avrebbero invece dovuto essere più facilmente integrate, a rifiutare il sistema occidentale ed europeo. In questo contesto, prima il messaggio di Al-Qaeda poi quello dell’ISIS hanno trovato terreno fertile tra un sempre maggior numero di giovani musulmani desiderosi di ritrovare lo spirito originario dell’Islam partecipando ai conflitti esplosi in Nord Africa o in Medio-Oriente dopo le primavere arabe.

 

Appare infatti evidente come gli attentatori suicidi di Parigi o Bruxelles non siano dei disadattati, ma figli di famiglie residenti in Francia od in Belgio da lungo tempo, a conferma appunto di come non solo la gestione dell’immigrazione, ma anche quella dell’integrazione, non abbiano prodotto risultati.

 

Il secondo problema invece è essenzialmente politico. Le primavere arabe avevano creato l’illusione che al posto dei brutali e repressivi regimi che fino a quel momento avevano guidato la Libia la Siria, l’Egitto e la Tunisia potessero sorgere dei governi d’ispirazione democratica sul modello europeo, un’illusione rafforzata anche dalla presenza nelle manifestazioni di migliaia di giovani esperti nell’utilizzo dei social networks e dei più moderni mezzi di comunicazione.

 

E’ invece subito apparso evidente come il vuoto di potere creato dal crollo di quei regimi fosse  stato riempito non da gruppi di tendenza liberale, ma da formazioni religiose radicali non certo di orientamento filo-occidentale. Emblematico in proposito quanto accaduto in Libia e in Siria, dove oltre agli errori compiuti da Gran Bretagna e Francia si è unita la pessima gestione del problema da parte dell’Amministrazione Obama.

 

L’intervento aereo attuato dalla NATO in Libia ha portato sì all’abbattimento di Gheddafi, ma allo stesso tempo fatto sprofondare il Paese nel caos, visto che insieme al regime sono crollate anche le strutture istituzionali che tenevano insieme la Libia. L’unica opzione valida sarebbe stata quella di avviare una missione di “Rebuilding Nation” per ricostruire le istituzioni del Paese, una prospettiva che appare oggi improponibile sia per gli alti costi che richiederebbe ma anche per l’opposizione delle varie fazioni presenti sul territorio libico.

 

Il risultato è che oggi la Libia è un Paese privo di qualsiasi autorità effettiva, diviso lungo linee tribali e dove da tempo si sono infiltrati gruppi legati all’ISIS. In Siria la politica incerta ed oscillante della Casa Bianca ha favorito l’emergere di uno scenario in cui le uniche due forze presenti sono quelle del regime e dell’ISIS, che ha potuto radicarsi anche nel vicino Iraq contando sia sull’inadeguatezza del governo locale che sul disimpegno adottato dalle forze militari americani a partire dal 2011.

 

Come ha ricordato nei giorni scorsi Thomas Friedman in un editoriale apparso sul New York Times, se da un lato la scelta di Obama di svincolarsi dal Medio-Oriente può essere condivisibile alla luce delle profonde divisioni e dell’impreparazione dimostrata da alcuni governi a cominciare proprio da quello iracheno, dall’altro però questa sua linea politica ha favorito l’emergere di questa ondata migratoria che sta destabilizzando l’Europa, la quale, nonostante tutto, rimane un alleato fondamentale per gli Stati Uniti i quali, senza l’apporto europeo, si troverebbero a dover impegnarsi in maniera molto più diretta contro il terrorismo.

 

L’ultimo punto riguarda quali misure si debbano prendere sul piano della sicurezza interna e su quello militare per fronteggiare la minaccia dell’ISIS. Se l’introduzione di misure eccezionali non è ipotizzabile anche perché probabilmente avrebbe un effetto demoralizzante sulla popolazione, dall’altro però è innegabile che una minaccia di questa gravità non può essere fronteggiata con gli stessi mezzi con cui si è affrontato il terrorismo brigatista o la criminalità organizzata.

 

Su quello militare, si dovrà invece rafforzare l’azione aerea senza escludere un impegno di reparti sul terreno. Perché se da una parte, come riportato da alcuni analisti, la linea di Obama starebbe producendo dei successi in quanto l’area sotto il controllo dell’ISIS si sarebbe ridotta di estensione, dall’altro questa appare però una strategia di lungo termine che davanti al ripetersi di azioni terroristiche rischia di essere percepita come fallimentare. Ed è un rischio che non ci si può permettere. 
 

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