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Terry B.: in mano un revolver, in testa il mito della “Milano da bere”

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Se anche un fattaccio può esprimere il segno dei tempi, l'omicidio di Francesco D'Alessio è l'emblema della Milano da bere. Un omicidio che all'epoca, era il 1984, fece scalpore. Prima di tutto perché ad uccidere un ricco playboy romano, Francesco D'Alessio, fu una donna. Poi perché l'assassina aveva solo 26 anni ed era bellissima.

Terry Broome sperava di sfondare come modella nella città della moda, di seguire le orme di sua sorella Donna, che aveva lasciato gli Stati Uniti prima di lei e si era fatta un nome nelle agenzie di rango. Ed era disposta a tutto pur di farcela. L'uomo che freddò in un appartamento di Corso Magenta, con quattro colpi di revolver, ai suoi occhi era un ostacolo, un pretendente arrogante che da lei voleva quello che in molti avevano ottenuto abbattendo le sue resistenze tra fiumi di champagne e montagne di cocaina.

Lui, il D'Alessio, non faceva altro che ricordarle il lato oscuro della vita scintillante nella Milano che conta. Quello dei festini nei villoni brianzoli degli industriali, delle notti in discoteca tra un eccesso e l'altro.

Terry era fidanzata con un rampollo della Milano-bene. Un rappresentante di gioielli di 31 anni, Giorgio Rotti. Non particolarmente bello, sovrappeso, amava girare con una Smith & Wesson alla cintola. La stessa che uccise D'Alessio.

Figlio dell'avvocato Carlo D'Alessio, un principe del foro famoso in Italia e all'estero come allevatore di purosangue, Francesco viveva da tempo a Milano. Ricco, anzi milionario, nella vita non aveva mai lavorato. Aveva fatto il rugbysta, il tennista, aveva sposato una fotomodella, Cheryl Stevens, famosa nei primi anni '80. L'aveva lasciata dopo un anno per dedicarsi alle sue passioni: collezionare donne e giocare al tavolo verde. Il playboy aveva i tratti del dissoluto. Comprava fuoriserie che regolarmente finivano schiantate contro un albero a o fuori strada: "Non riesco a fissare più di tanto la strada" spiegava agli amici. Spendeva tantissimo per i suoi vizi, per poi girare con lo stesso abito di ottima fattura intere settimane, la barba lunga, i capelli sporchi. Eppure il fascino non gli mancava, le donne che decoravano la città che conta prima o poi cedevano tutte. O quasi.

Terry no, nonostante in una delle notti folli nella tenuta brianzola di turno, avesse ceduto alle avance di due occasionali amanti abbandonandosi in un'orgia dopo aver litigato furiosamente col fidanzato. C'era anche D'Alessio in quella casa, tentò di entrare in quel "menage a trois", ma venne respinto. Da quel momento, stalker ante-litteram, si mise a perseguitare l'aspirante fotomodella. Forse fu spinto dall'orgoglio ferito più che da un sentimento, per quanto vago, nei confronti "dell'americanina", come in tanti chiamavano la Broome.

Pressioni continue, quanto di più lontano da un corteggiamento, fino alla sera in cui Francesco D'Alessio incappò nella sua "preda" in compagnia del fidanzato al Nepengha, uno dei tanti locali notturni per milanesi ricchi e desiderosi di ostentarlo. Inciampo ai pedi del loro tavolo, probabilmente imbottito di alcol e droga. Si rivolse a muso duro a Giorgio Rotti: "Ti spacco la faccia".

Girava voce che il rappresentante di gioielli, per quanto non fosse un santo, si era messo in testa di redimere la sua fidanzata, e questo poteva rappresentare un ostacolo per il playboy: l'americanina poteva sempre abbandonare ogni resistenza una volta infarinatole il naso a dovere con della colombiana rosa. L'ex rugbysta, fisico imponenente, quella serà mise il rivale in un angolo, Terry si alzò di scatto per cercare rifugio nel bagno delle donne. D'alessio la raggiunse sotto gli sguardi divertiti dei milanesi ricchi che avrebbero potuto riempire intere giornate narrando a chi non c'era la scenata del Nepengha. Non sapevano che di lì a poche ore Francesco avrebbe decretato la sua morte dopo l'ennesimo schiaffo alla dignità dell'aspirante modella, il più degradante.

Terry riaprì la porta del bagno, trovò piazzato davanti a sè il suo persecutore, la patta aperta, lo sguardò allucinato e un sorriso beffardo, insultante. In quell'istante il playboy riversò tutto il suo disprezzo per quella ragazza, che aveva osato resistere alle sue voglie. Non un essere umano, ma un oggetto, un giocattolo. D'Alessio si ritirò su i calzoni, voltandolè le spalle, tronfio e soddisfatto di quell'affronto. Non la sfiorò nemmeno, ma questo non sottrasse nulla alla violenza che le mostrò in quei pochi secondi. Passò la serata altrove, altri eccessi, altri locali, rincasò all'alba, in corso Magenta, assieme all'erede della famiglia Cabassi, amico di una vita.

Dormiva da poco quando citofonarono. "Sono Terry, fammi salire". Era lei, forse pensò che finalmente stesse per realizzarsi il suo capriccio. Aprì, l'attese al pianerottolo, l'ascensore si aprì e apparve Terry, preceduta dalla canna del revolver preso di nascosta al fidanzato. D'Alessio, non credette possibile che quella ragazzina, così fragile, potesse premere il grilleto. Quella scenata lo fece montare su tutte le furie, le si scaglio addosso ricoprendola di insulti. E invece Terry sparò: una, due quattro volte. Mise a tacere quell'uomo che per mesi rappresentò in un certo senso il lato scuro della modella finita a girare tra un uomo e l'altro.

Lui, che non faceva altro che ricordarle la miseria della sua vita apparentemente così brillante. Finalmente era tutto finito, e al diavolo la carriera di modella, i cummenda, gli agenti di moda. Si celebrò il processo, la difesa dissezionò in maniera impietosa la vita privata di Terry, il suo passato, lo fece per dare un senso alla brutalità di quell'omicidio, che per l'accusa era volontario e premeditato. La giuria e i lettori dei quotidiani appreserò così che a 16 anni Terry fu vittima di uno stupro di gruppo che durò un'intera notte, che suo padre, alcolizzato e rudece del Vietnam spesso la picchiava. E poi la tossicodipendenza da quando era adolescente, un matrimonio fallito a soli 19 anni, due tentativi di suicidio. Questa era stata l'esistenza dell'assassina prima che decidesse di voltare pagina tentando la fortuna in Italia.

Incontrò sulla sua strada D'alessio, la sintesi di quanto di peggio aveva subito fino ad allora, tra l'altro in quell'ambiente che per lei rappresentava il traguardo dietro cui lasciare le voragini diu n passato da cui era fuggita. E invece per vittima e carnefice fu il capolinea. Già, la "vittima".

Gli avvocati che rappresentavano i familiari di D'alessio non trovarono di meglio che giustificare l'umiliazione nei bagni del Nepengha come un gesto frainteso. L'ucciso era un ex tennista, ed è notorio che tra questi sportivi è frequente passarsi le mani sui genitali. Nessuna malizia dunque in quell'episodio che scatenò l'assassina. Restavano sempre le telefonate moleste, le avance pesanti e le allusioni volgari delle settimane prima. Inutile dire che Terry, era il 1986, fu condannata.

Il giudice sembrò comprendere la fragilità  della "carnefice", Terry entrò in carcere per omicidio volontario, depennata la premeditazione. La pena, 12 anni, poi ridotti a sei, nel penitenziario di Bergamo. Addio carriera di modella, e un gran desiderio di dimenticare. L'americanina imparò in galera a lavorare la ceramica, come la più umile delle detenute. Scansò giornalisti e richieste di interviste esclusive, tranne una rilasciata al settimanale Oggi, dopo il suo rilascio.

Ribadì il desiderio di finire dimenticata, manifestò l'intenzione di lasciare l'Italia per tornare in America, cosa che poi fece, e tutto sommato si considerò fortunata: "In America nelle migliori delle ipotesi mi avrebbero dato l'ergastolo, qui in Italia la legge è più clemente". Non una parola sull'uomo che uccise, a parte qualche frase di circostanza. Nessuno d'altronde ci avrebbe creduto.

E lui? il playboy della Milano da Bere (slogan pubblicitario che a quei tempi veniva felicemente abusato, prima dell'uragano di Tangentopoli) creò più imbarazzo che dolore in chi lo conosceva. Quelli che con lui avevano diviso notti, donne e discoteche, non andarono nemmeno ai suoi funerali, confermando tutta l'ipocrisia di una città, nella patria della doppia morale.

Calò il sipario, le cronache tornarono a occuparsi d'altro. In sintonia con quegli anni '80 il fatto fu fissato in una canzone, quella Terry B. firmata dai Pooh, che di Milano furono un po' i cantori.

 

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