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Testamento biologico, tutti ne parlano tranne il Parlamento

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Se ne parla tanto sui giornali, ma poco, pochissimo, in Parlamento. Il tema del testamento biologico anima i dibattiti interreligiosi, allarma la Cei, fa litigare politici di destra e sinistra. Solo sulle agenzie di stampa, però. Perché in Senato, ramo del Parlamento in cui è stato incardinato il provvedimento, dallo scorso 7 febbraio tutto è fermo.

Risale a circa due mesi fa, infatti, l’ultima iniziativa in materia di testamento biologico: un parere della commissione Giustizia espresso su esplicita richiesta del presidente del Senato Franco Marini. Si tratta del documento intorno al quale la commissione Sanità deve elaborare il testo di legge. O meglio, avrebbe dovuto. Perché da allora tutto tace. La XII commissione ha avuto altro da fare. Ha condotto un’indagine sulla libera professione medica intramuraria. Poi si sa: con i numeri che si ritrova la maggioranza in questa legislatura, Palazzo Madama lavora a scartamento ridotto. A marzo, per esempio, la commissione Sanità del Senato s’è riunita solo cinque volte, contro le diciannove della Affari Sociali della Camera (dove i colleghi deputati comunque non si scapicollano).

La sensazione è che i lavori senatoriali seguano molto l’onda dell’attualità. Alla ripresa annuale, a gennaio, la commissione Giustizia di Palazzo Madama mise addirittura in cantiere un calendario di audizioni sull’eutanasia. Ciò come diretta conseguenza del caso di Piergiorgio Welby. Poi i senatori hanno ridimensionato le proprie aspirazioni, rimodulando l’obiettivo: non più la dolce morte ma il testamento biologico.

Ma cosa si intende per testamento biologico? E’ tutto scritto nel parere redatto dal senatore Felice Casson (L’Ulivo) e approvato in commissione Giustizia col consenso della maggioranza e del capogruppo di Forza Italia Centaro. Si tratta di una “direttiva anticipata” (“non redatta alla presenza di un notaio, ma che abbia sottoscrizione e data certe”) con la quale “la volontà del paziente esonera il personale sanitario da qualsiasi tipo di responsabilità, compresa quella di natura penale”. In sostanza, un malato terminale, anche se non più cosciente, può disporre, attraverso il suo testamento biologico, che i medici evitino accanimenti terapeutici. Anche quest’ultimo principio è declinato nel parere Casson e lo si intende come “ogni trattamento praticato senza alcuna ragionevole possibilità di un vitale recupero organico-funzionale”. La commissione Giustizia del Senato, inoltre, ha previsto la figura di un fiduciario (che esegue le direttive del morituro), l’istituzione di un registro nazionale dei testamenti biologici e l’impossibilità per il personale medico di appellarsi all’obiezione di coscienza di fronte alla volontà del paziente. Tutta roba, però, che al momento riposa in un cassetto.

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