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Tra Dc e PCI. L’alternativa liberale di Giovanni Malagodi

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Vuole un’accreditata lettura della storia della prima Repubblica, che la frattura più profonda all’interno del sistema politico nell’immediato dopoguerra non sia stata tanto quella tra la destra e la sinistra, quanto piuttosto quella che divideva i partiti “popolari” (DC, PCI e PSI) dalla forze politiche dell’Italia liberale. Ne deriva che la convergenza tra i partiti di massa, che avrebbe trovato nell’esperienza del centrosinistra la sua prima realizzazione, fosse in questo senso iscritta nell’ordine delle cose, pena una deriva autoritaria del sistema sorto dopo la sconfitta del fascismo.

Non sorprende che in questa lettura della storia recente, affermatasi soprattutto ad opera dello storico Pietro Scoppola, vi fosse poco spazio per i liberali, eredi della tradizione politica cha aveva retto per decenni l’Italia e trovatisi marginalizzati all’indomani della fine del conflitto.

È però ormai da qualche anno che questa visione teleologica della storia d’Italia viene vivacemente contestata da una storiografia che nega la profondità della frattura all’interno della storia politica italiana segnata dal conflitto mondiale, rilevando al contrario una continuità tra il progetto liberale e l’esperienza democristiana. E denunciando di conseguenza l’innaturalità della convergenza con la sinistra.

L’ultimo numero di “Ventunesimo secolo”, del quale proponiamo qui un estratto dell’articolo introduttivo di Giovanni Orsina, si muove con decisione in questa direzione. All’indomani della fine del centrismo, vi si sostiene, quella della convergenza tra destra e sinistra non era un scelta obbligata. Lo dimostra l’alternativa, seppur uscita sconfitta, proposta dai liberali, che con la segreteria di Giovanni Malagodi si opposero fermamente a questa ipotesi rivendicando la continuità tra l’Italia liberale e quella repubblicana, e facendosi alfieri di un anticomunismo senza compromessi. A questa “alternativa liberale” e ai suoi caratteri è quindi dedicato il fascicolo oggi in libreria. Se ne analizzano il rapporto con la Confindustria, le strategie politiche e le feroci polemiche gli riservarono democristiani, repubblicani e socialdemocratici favorevoli all’apertura a sinistra. I saggi sono firmati da Giovanni Orsina, Domenico Maria Bruni, Christian Blasberg, Andrea Guiso, Luca Tedesco, Vera Capperucci e Luigi Compagna.

Non è la prima volta che “Ventunesimo secolo” si occupa di liberali. Già nell’ottobre del 2005 vi aveva dedicato un fascicolo denunciando come la loro fosse una storia in gran parte ancora da scrivere. Torna oggi sull’argomento e lo farà ancora in futuro. Con un’ambizione grande: quella di fornire il materiale che smentisca “il finalismo che continua a ispirare la maggior parte degli studi storici sul periodo repubblicano. Questi saggi su Malagodi e il Pli confermano infatti – si legge nell’editoriale firmato da Gaetano Quagliariello e Victor Zaslavsky – come all’indomani del centrismo non vi fosse una strada politicamente obbligata. E, cosa ancora più importante, che non esiste, sia nell’ambito delle idee che delle risorse politiche, una sola idea di modernità da declinare obbligatoriamente attraverso l’apertura a sinistra”.

Per informazioni su acquisto e abbonamenti www.ventunesimosecolo.org

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