Tra manager e precari, al pettine i veri nodi della Finanziaria

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Tra manager e precari, al pettine i veri nodi della Finanziaria

14 Novembre 2007

Sul tappeto ci sono i due nodi più intricati della Finanziaria: il tetto agli stipendi dei manager pubblici e la stabilizzazione dei precari della Pubblica amministrazione. Due questioni differenti ma unite da un tratto comune: in entrambi i casi, sapremo con certezza se i liberaldemocratici dell’Unione intendono tener fede ai principi cui dicono di ispirare la loro azione politica, o al contrario consegnare il Paese a chi considera il merito e la libertà economica come odiosi orpelli di cui disfarsi al più presto.

Sul primo punto, per comprendere fino a che punto la sinistra è disposta a spingersi, basta pensare alla previsione di venticinque dirigenti da preservare, sostanzialmente a discrezione del Presidente del Consiglio, dall’applicazione della norma taglia-stipendi. Se lo avesse anche solo pensato il governo Berlusconi, avremmo avuto – giustamente – la rivoluzione nelle piazze.

Per quanto riguarda la stabilizzazione dei precari della PA, invece, non si può non notare come si stia generando una nuova categoria di precariato che nessun emendamento potrà risolvere, e che questa finanziaria non fa che acuire: il precariato del merito!

È questa la battaglia che ci si sarebbe aspettato i diniani combattessero da bravi riformisti quali si dichiarano. Le azioni invece confermano tutt’altro. Basta leggere l’emendamento sui precari, (ri)formulato, dal Sen D’Amico esponente di spicco dei gruppo facente capo a Lamberto Dini.

Fermo restando che nella PA si entra  per concorso (non capisco il motivo per cui si debba usare un contorto gioco di parole tipo “procedure selettive di natura concorsuale” in luogo di “concorso pubblico” se non per lasciare dischiuse le porte a interpretazioni, le più varie, atte ad aggirare il principio che si vorrebbe, a parole, difendere e cioè quello della selezione mediante prove scritte e orali). Ribadito questo, l’emendamento del Sen. D’Amico appare sempre più una presa in giro perché, di fatto, si dice che “fermo restando” che l’assunzione nella PA avviene in modalità diverse, in questa sede si stabilisce che:

  1. sono comunque tutelati coloro che lo scorso anno sono stati inseriti in procedure di stabilizzazione non ancora concluse (lo scorso anno il termine di riferimento per poter essere inseriti nelle suddette procedure era il 29 settembre 2006, cioè bisognava risultare assunti in una data antecedente il termine menzionato).

  2. coloro che per pura sfiga lo scorso anno non sono stati inseriti nelle procedure di stabilizzazione possono stare tranquilli perché viene introdotto un nuovo termine su cui calcolare il diritto all’accesso alle procedure di stabilizzazione: risultare assunti alla data del 28 settembre 2007.

  3. il termine vale anche per coloro che in maniera non continuativa abbiano collezionato un minimo di tre anni nelle PA e che, sorpresa, risultino assunti alla  data del 28 settembre 2007.

  4. di fatto, ma non è colpa del sen. D’Amico che si è solamente adeguato a una prassi in uso ormai da diversi anni, si sta istituzionalizzando il condono dei lavoratori precari. Ciò genera aspettative nei lavoratori precari che ogni anno si ritrovano con contratti di lavoro prorogati ex lege (in verità ciò viene stabilito dal comma 12, non rientrante nell’emendamento D’Amico, ma è pur vero che la premessa logica di tale disposizione si trova nell’emendamento in questione).

  5. vengono esclusi dalle procedure di stabilizzazione gli assunti “in diretta collaborazione” degli organi politici

In ultima analisi e partendo dalla fine:si escludono i collaboratori dei ministri e dei Gabinetti degli Enti Locali, bene! Ma che fine hanno fatto le famigerate “chiamate dirette” che sono cosa ben diversa dalla diretta collaborazione?! Non essendo escluse  ce le ritroviamo, per logica conseguenza, inserite nelle procedura di stabilizzazione.

L’emendamento D’Amico oltre a costituire l’ennesimo condono per i precari, che seppur non stabilizzati vedranno comunque prorogati i propri contratti ex lege, di fatto iscrive il partito del presidente Dini tra quelli che possiamo definire “I Partiti della Spesa Pubblica”, ma non quella sana bensì quella che genera inefficienza nelle pubbliche amministrazioni. Poiché, ma su questo sono certo il Sen. D’amico avrà avuto una svista, è evidente che questo emendamento ha un effetto drammatico sui conti pubblici, statali e degli enti locali, perché non solo stabilizza personale non selezionato per le disponibilità di organico della PA (per cui sono stati, in alcuni casi, già espletati concorsi pubblici, quelli veri, senza però che ciò abbia generato una assunzione a causa del blocco del turn over) creando lavoro presumibilmente improduttivo, ma genera un apparato di precari che negli anni si autogenera e alimenta rendendo il settore pubblico un gigantesco  ammortizzatore sociale destinato ad assorbire i mali in termini di formazione e professionalità di questo Paese.

Resta una domanda, chissà cosa avrebbero prodotto gli amici Liberal-Democratici se non  avessero avuto a cuore la stabilità economica del Paese e dei conti pubblici? Meglio non pensarci, poteva andare peggio!

Una chiosa finale: l’emendamento del Sen. D’Amico si preoccupa di mettere bene in evidenza che il suo testo esclude la stabilizzazione dei collaboratori dei ministri e dei gabinetti degli enti locali, lo fa prevedendo un’esplicita esclusione al comma 7, lettera B) dell’articolo 93 della finanziaria. Peccato che il nostro dimentichi di  dire una parolina anche sul comma 8 del medesimo articolo che prevede, entro il 30 marzo 2008 (forse in tempo per le prossime elezioni, a voler essere maliziosi) l’emanazione di un DPCM (decreto del presidente del consiglio dei ministri) che stabilisce, per le tipologie di lavoro a tempo determinato non contemplate dal citato comma 7, quali requisiti, la durata minima dei contratti (anche non continuativa) e, soprattutto, la modalità (sic!) di valutazione in sede di procedure selettive (ecco che ritornano, altro sic!) per garantirne l’assimilazione ai soggetti previsti dal comma 7.

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