Tra politica e cultura tedesca più che seduzione c’è una relazione pericolosa
19 Luglio 2009
di Vito Punzi
Wolf Lepenies è professore emerito alla Freie Universität di Berlino e in Italia è già noto per un paio di libri: "Ascesa e declino degli intellettuali in Europa" (Laterza1998) e "Le tre culture. Sociologia tra letteratura e scienza" (Il Mulino 2000). Ora, con questo "La seduzione della cultura nella storia tedesca" (Il Mulino, Bologna 2009, p. 302, € 28,00), un lavoro dotto e corredato di una ricca bibliografia, il sociologo cerca di mettere a fuoco il complesso e sempre vivo tema del rapporto, quasi sempre conflittuale tra gli intellettuali tedeschi (dall’epoca moderna in poi) e la politica, in altri termini tra Kultur e Zivilisation. Lo spirito (Geist), secondo Lepenies, che è originario di quella che fu Prussia orientale, sarebbe parso loro più importante delle necessità quotidiane, sarebbero stati attratti più dal romanticismo che dall’illuminismo, la profondità interiore sarebbe stata per loro più significativa del fare empirico e la solitudine sarebbe stata più illuminante della riflessione sulla divisione del lavoro. Solo in Germania si distinguerebbe tra politica, economia e tecnica da un lato (Zivilisation) e scrittura creativa, pensiero, fede, sapere e musica (cioè Kultur) dall’altro. A lungo i tedeschi, sostiene il sociologo, avrebbero pensato che il loro “sentimento fatale” surclassasse quello delle altre nazioni, un sentimento desunto dalla loro alta considerazione dei valori estetici e religiosi.
Lepenies, oltre a farsi accompagnare dalla figura paradigmatica di Thomas Mann, poggia la sua tesi sugli studi di Norbert Elias e Helmuth Plessner dedicati alla genesi storico-sociale del carattere nazionale tedesco, senza però mai metterli in discussione. Giudica allarmato come “pericolosa eredità” il Nietzsche che vedeva in stato e cultura, al tempo della partecipazione delle masse alla vita sociale e politica, due forze inevitabilmente antagoniste. Ciò che è accaduto con il Terzo Reich, poi, dimostrerebbe per il sociologo come la Germania abbia vissuto una propensione fatale per la cultura accompagnata di un disinteresse diffuso per la politica, e per questo motivo meriti di essere studiata come caso speciale. Da qui la critica a Ernst Nolte e agli altri storici cosiddetti “revisionisti”, rei di aver cercato di “ricondurre la particolarità tedesca a una normalità europea”: l’accusa a Nolte di voler indurre all’”oblio” quanto compiuto dai nazisti è semplicemente infondata. Tanto più che in questo libro, a conti fatti, non è facile cogliere in che cosa sia consistito (e consista) il caso speciale Germania.
Lepenies ricorda con compiacimento il sociademocratico scrittore Günter Grass, “praticante e tuttofare della politica”, assorbito dalle “fatiche quotidiane” della campagna elettorale del 1969, spesa per l’elezione di Willy Brandt. Peccato che l’edizione originale di questo libro fosse già alle stampe, in quel 2006, quando il grande moralizzatore di Danzica rivelò la propria passata appartenenza alle Waffen-SS: con una noticina aggiunta in quest’edizione italiana, Lepenies avrebbe potuto aggiornare il suo giudizio su Grass dopo la scandalosamente tardiva rivelazione, ma purtroppo non ce n’è traccia.
Semplifica troppo, il sociologo, quando usa la schematica opposizione illuminismo-romanticismo, tanto che finiscono con l’essere incomprensibili i percorsi “irregolari” di coloro che vedevano nella sensibilità romantica piuttosto una conseguenza di quella illuminista (T.S. Eliot, Charles Maurras, Carl Schmitt).
Il lavoro resta in definitiva ancorato alla superficie dei fenomeni, culturali, sociali o politici che siano. E non può che essere superficiale qualsiasi analisi che pretenda di affrontare opere e personalità di uomini come Goethe, Kant, Hegel o Nietzsche senza mettere a fuoco i contenuti di quel cristianesimo luterano (mai tranquillo nelle sue relazioni con il potere costituito fin dai tempi del suo fondatore) che fu decisivo per la formazione di ciascuno di loro.
