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Come uscire dalla crisi?

Tra tasse, bonus e “ristori”, una partita di giro che non salva l’economia

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Istantanea numero uno. Inizio settimana, 16 del mese, giorno ben noto di scadenze fiscali per imprese e partite Iva. Le disposizioni di pagamento sono pronte ma l’addebito tarda. Per alcune ore qualcuno “lassù in alto” si è posto il problema: di fronte ad attività chiuse o fortemente limitate, che fare con gli adempimenti tributari?

Alla fine gli F24 sono partiti, come se nulla fosse. Anche perché decisioni diverse non si improvvisano. Una sostanziale ingiustizia, se si pensa alle restrizioni imposte da un governo che mentre pensava a come scaricare sull’economia di prossimità il peso di una situazione che non sono state certo imprese soggette a regole sanitarie rigorosissime a determinare, poco o nulla ha fatto per potenziare la rete assistenziale e la ricettività delle strutture sanitarie e per mettere in sicurezza ambiti strategici come la scuola e il trasporto pubblico. Quasi un sollievo, tuttavia, se l’alternativa doveva essere l’ennesimo rinvio.

Proprio così: oggi che a quanto pare l’esecutivo si appresta a varare nuove sospensioni fiscali, una riflessione si impone. Se non si vuole compiere la fatica di andare a vedere cosa è successo negli anni scorsi nelle aree terremotate dove le tasse sono state congelate e poi richieste in seguito, basterà tracciare un bilancio della “prima ondata economica” di questa pandemia. Con una crisi di tali proporzioni, che richiederà uno sforzo di tipo post-bellico per la ripartenza, quello che potrebbe sembrare oggi un alleggerimento – doveroso, viste le limitazioni imposte – potrebbe diventare causa di un sovraindebitamento fatale quando, in un quadro economico inevitabilmente compromesso, ai nuovi adempimenti si sommeranno quelli sospesi nei prossimi mesi e, per chi si è avvalso di tale facoltà, anche la rateizzazione degli F24 arrivati in estate che includevano le tasse congelate nella scorsa primavera.

Si dirà: la sospensione spesso è una possibilità, non un obbligo. Ma anche in questi casi – al netto della libertà costituzionale di iniziativa e del rifiuto assoluto di uno Stato paternalistico e dirigista – le regole condizionano non poco il dispiegarsi dei processi economici. E in un contesto imprenditoriale nel quale diverse attività ad agosto dopo tre mesi di lockdown hanno pensato bene di chiudere per le vacanze estive invece di rimboccarsi le maniche e mettere fieno in cascina per un autunno prevedibilmente difficile, il quadro regolatorio dovrebbe incentivare la prospettiva di una ripresa senza l’accumulo di zavorre eccessive.

Si obietterà: meglio dunque pagare tasse invariate a uno Stato che ti impedisce di lavorare? Certo che no. Piuttosto che praticare la politica dei rinvii da un lato e della spesa pubblica senza criterio dall’altro, tuttavia, sarebbe stato meglio fin dall’inizio concentrare la presunta “potenza di fuoco” su obiettivi magari più circoscritti (anche in termini di entità degli sgravi) ma definitivi e non sotto forma di “pagherò”, agevolare con un quadro normativo favorevole la circolazione di liquidità, razionalizzare le misure di prevenzione sanitaria, evitare di disperdere risorse pubbliche (ed energie private) in mille rivoli spesso stravaganti e perlopiù inefficaci.

E qui veniamo alla seconda istantanea. Se qualcuno si è chiesto, in un quadro di finanza pubblica ormai gravemente compromesso innestato su un indebitamento endemico fra i più elevati al mondo, da dove il governo possa trarre le risorse per promettere “ristori” a destra e a manca, troverà una risposta, parziale ma altamente emblematica, nel decreto “ristori ter” discusso in queste ore dal Consiglio dei Ministri. La verità, infatti, è che molte delle nuove misure verranno finanziate con i “risparmi” derivanti dal fatto che le misure precedenti, associate a una posta di bilancio, erano spesso così insensate, o così farraginose, o così intempestive, da non essere state utilizzate.

Dai “bonus vacanze” a carico delle imprese con la previsione di un risarcimento sotto forma di credito di imposta per attività che non hanno maturato in questi mesi reddito imponibile, alle tasse sospese a scadenza inoltrata con i mandati di pagamento già disposti: l’elenco dei provvedimenti rimasti sulla carta e non usufruiti dai potenziali beneficiari sarebbe infinito e ciò che si scopre in queste ore sui debiti statali trasformati improvvisamente in “tesoretto” danno atto che siamo stati facili profeti nel pronosticare che tante delle iniziative adottate nei mesi scorsi sarebbero state per metà uno spreco e per metà una presa per i fondelli.

Oggi la partita di giro sul nuovo decreto ristori ce lo conferma ma, al netto di una capacità di spesa che a ogni provvedimento si assottiglia, il recente passato sembra non aver insegnato nulla. Né sulle priorità, né sulle modalità per perseguirle, né sulla complessità di un sistema economico nel quale a ogni impresa corrispondono dei dipendenti e un indotto, ma anche magari un locatore che ha in quell’affitto la sua unica fonte di reddito e non sa se campare lui o aiutare un’attività economica a sopravvivere, e una banca presso la quale è stato acceso un mutuo che sarà pure brutta e cattiva ma è anch’essa a tutti gli effetti un’impresa privata con le sue esigenze di sostenibilità. Senza contare il nodo del pubblico impiego: al di là di surreali proclami di sciopero, si tratta di persone che troppo spesso con eccessiva facilità inneggiano a restrizioni che ora sembrano ricadere solo sulle spalle altrui, e tuttavia di questo passo potrebbero arrivare a minare la sicurezza e il livello stipendiale di chi oggi si sente garantito ma nella maggior parte dei casi non vanta certo retribuzioni elevate.

Cosa in questo quadro ci si aspetterebbe dallo Stato lo abbiamo detto. Dalle imprese ci si deve attendere invece il tentativo di tenere duro e progettare la ripartenza in un mondo che non sarà più lo stesso ma imporrà in qualche modo di reinventarsi. Soprattutto in territori a lungo ingiustamente considerati la Cenerentola dell’Italia, ai quali – come si è visto quest’estate – una nuova domanda di spazio e salubrità potrebbe offrire una inattesa opportunità di rilancio.

La speranza è che al momento di ripartire si arrivi limitando il numero dei morti e dei feriti sul campo. Certamente sul fronte sanitario, ma anche su quello sociale. La criminalità è in agguato e la disperazione può uccidere quanto una malattia. Ma mentre il regime dal quale tutto ciò è iniziato vede volare la sua economia, e acquistandoci pezzo a pezzo tenta anche di scaricare sull’Italia (è notizia di queste ore) l’origine della pandemia, noi cerchiamo di ricordare che siamo la Nazione che per duemila anni ha esportato nel mondo cultura, civiltà e innovazione. Facciamo in modo che i grandi artisti del passato guardandoci da lassù possano riconoscere il Paese che hanno contribuito nei secoli a fare grande. Che scrutando l’Occidente Archimede non pensi di aver sbagliato punto d’appoggio e sollevato il mondo al contrario.

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