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Tutti pazzi per gli ayatollah

Traffici sospetti con i talebani: l’Iran sfida l’Occidente anche in Afghanistan

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Tutti a corteggiare Teheran. Gli appelli di Obama, che si è rivolto direttamente al popolo iraniano, hanno avuto successo e la leadership khomeinista alla fine ha accettato l’invito a partecipare alla conferenza dell’Aia sull’Afghanistan. Per trovare aperture analoghe da parte dell’amministrazione americana verso l’arcinemico iraniano bisogna tornare indietro ai tempi del grande riavvicinamento di fine anni Novanta quando alla Casa Bianca c’era ancora Bill Clinton e dall’altra parte il “riformista” Khatami. La stessa Farnesina in questi mesi non ha voluto far mancare le sue attenzioni verso l’Iran. Anche se la preannunciata visita del ministro degli Esteri Frattini a Teheran, per il momento, non si farà. Resta nel complesso un’apertura di credito senza precedenti dell’Occidente nei confronti del regime degli ayatollah, confermata dal primo incontro informale dopo 30 anni tra un diplomatico iraniano ed un rappresentante del segretario generale della NATO a Bruxelles.

Vedremo quali risultati porterà un approccio diplomatico così diretto. Sicuramente le premesse sono solide. L’Iran è un attore sempre più importante sullo scacchiere mediorientale ed asiatico con un peso specifico da media potenza. Ed in più sta correndo spedito verso il nucleare, una preziosa leva con la quale alzare il prezzo della contrattazione con l’America e l’Occidente. Su tutto. La strategia è rischiosa, ma finora ha dato degli ottimi risultati. In Iraq, la mediazione di Teheran è stata decisiva nel riportare a più miti consigli l’Esercito del Mahdi e le milizie sciite. Dopo la campagna di Bassora della primavera dello scorso anno – in cui i pasdaran misero a segno un capolavoro appoggiando di fatto entrambi i fronti: l’Esercito iracheno e l’Esercito del Mahdi – la situazione nel Paese sta volgendo al meglio. Merito, anche, dell’Iran che si è visto accreditare, a cominciare dagli stessi americani, l’inaspettato ruolo di pacificatore. Che i pasdaran, tuttavia, interpretano a modo loro, cioè come il ruolo di chi può regolare, a piacimento ed a seconda delle congiunture politiche, il livello di violenza nel teatro iracheno. Soffiando sul fuoco o, al contrario, vestendosi da pompiere.

In Afghanistan, l’Iran sta cercando di applicare la medesima strategia e le potenze occidentali, pur di ingraziarsi gli ayatollah nel tentativo di addolcirne la posizione sul nucleare, stanno al gioco. Teheran è impegnata da tempo a inserirsi nel grande gioco afghano dando fondo a tutte le risorse a propria disposizione, compresa quella dell’appoggio agli stessi talebani. In questo, il regime khomeinista ha dimostrato spregiudicate doti di realismo e cinismo politico, ribaltando la condotta seguita durante il periodo in cui gli studenti coranici erano al potere a Kabul. A quel tempo, Teheran considerava il nuovo vicino  sunnita radicale ed estremista come una fonte di insicurezza e per questa ragione non esitava ad appoggiare l’Alleanza del Nord e ad infiltrare con i propri servizi, unici al mondo, la stessa Al Qaeda. Questa politica ha subito un primo scossone già dopo l’11 settembre, quando Teheran ha favorito la fuga attraverso il proprio territorio di centinaia di membri di Al Qaeda e dei talebani. Adesso, appunto, si è definitivamente consolidata e l’attenzione verso i talebani è diventata parte integrante della strategia anti-americana ed anti-occidentale degli ayattollah.

L’Iran ha ottime carte da giocare sullo scacchiere afghano. La sua influenza nella regione ovest, dove è di stanza il nostro contingente, può contare su antichi, ma sempre solidi, legami culturali e commerciali. Un terreno ideale che ha favorito una costante opera d’infiltrazione. Ai comandi del contingente italiano di Herat arrivano regolarmente informative sull’attività di agenti iraniani - e probabilmente di qualche elemento delle unità Al Qods - molto interessati a ciò che i nostri militari fanno (ricevendone in cambio analoga attenzione).

Ma il problema però non è tanto quest’opera discreta di monitoraggio e infiltrazione, che del resto può essere considerata fisiologica nel contesto in questione, quanto piuttosto il traffico di armi che dall’Iran è diretto in Afghanistan e ha la sua principale rotta proprio attraverso la regione ovest. Il giochino è semplice. La droga esce dall’Afghanistan lungo queste rotte e i proventi alimentano il flusso di armi in direzione contraria. In realtà, il tutto semplice lo è solo in apparenza, perché resta difficile accertare chi sia davvero a tirare le fila: se autorità governative iraniane di qualunque livello o semplici gruppi legati al contrabbando. Fino a poco tempo i nostri militari che intercettavano i carichi di armi non potevano fare alcunché a causa delle regole d’ingaggio. Adesso la situazione pare cambiata. Gli uomini senza volta della Task Force 45 si sono messi a dare la caccia ai corrieri e si hanno notizie - peraltro molto frammentate e su cui il nostro comando di Herat tende a mantenere un velo d’impenetrabile riserbo - di sparatorie, arresti e sequestri di carichi.

Ad oggi, manca ancora la prova di un coinvolgimento diretto e meditato delle autorità iraniane, ma ciò non rende meno deleteria per la stabilità afghana la posizione dell’Iran, che certo non si fa assalire dal desiderio di garantire un maggiore controllo dei propri confini. Una non-politica che costituisce la manifestazione di un chiaro orientamento politico. Un messaggio, insomma. Che Farnesina e Casa Bianca hanno recepito ormai da mesi. E l’Iran si sente sempre più importante.

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