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L'uovo di giornata

Travaglio sul fine vita la pensa (più o meno) come noi

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Se nei giorni in cui mezza Italia si spendeva per salvare la vita di Eluana Englaro Marco Travaglio avesse scritto anche la metà di quel che ha scritto nei giorni scorsi sul Fatto Quotidiano a proposito di Lucio Magri, forse le ragioni di una scelta di vita contro quelle della morte avrebbero avuto più forza. L'opinion leader della sinistra nostrana, che tanto affascina l'opinione pubblica gauchiste, e non solo, su molte questioni di principio che riguardano il fine vita la pensa proprio come noi. Peccato che accecato dall'odio antiberlusconiano non poteva pensare neanche per un attimo dal potersi trovare dalla stessa parte del nemico.

Leggere per credere: "Io non voglio parlare di Lucio Magri, che non ho conosciuto e non mi sognerei mai di giudicare: non so come mi comporterei se cadessi nella cupa depressione in cui l’avevano precipitato la vecchiaia, il fallimento politico e la morte della moglie. So soltanto che non organizzerei una festicciola fra i miei amici a casa mia, con tanto di domestica sudamericana che prepara il rinfresco per addolcire l'attesa della telefonata dalla clinica svizzera che annuncia la mia dipartita. Una scena che personalmente trovo più volgare e urtante di quella del pubblico che assiste alle esecuzioni nella camera della morte dei penitenziari. Ma qui mi fermo, perché vorrei spersonalizzare il gesto di Magri, quello che viene chiamato con orrenda ipocrisia “suicidio assistito” e invece va chiamato col suo vero nome: “Omicidio del consenziente”. Ne vorrei parlare perché è diventato un fatto pubblico e tutti ne discutono e ne scrivono. E molti tirano in ballo l’eutanasia, Monicelli o Eluana Englaro, che non c’entrano nulla perché Magri non era un malato terminale, né tantomeno in coma vegetativo irreversibile tenuto artificialmente in vita da una macchina (sbaglia Travaglio, Eluana non era in coma irreversibile, ma in uno stato vegetativo permanente, e non era tenuta in vita da una macchina, ma alimentata e idratata tramite un sondino naso-gastrico, ndr): era fisicamente sano e integro, anche se depresso. Altri addirittura considerano “il suicidio assistito” un “diritto” da importare quanto prima in Italia per non costringere all’“esilio" chi vuole farsi ammazzare da un medico perché non ha il coraggio di farlo da solo. Sulla vita e sulla morte, da credente, ho le mie convinzioni, ma me le tengo per me perché, da laico, non reputo giusto imporle per legge a chi ha una fede diversa o non ce l'ha. Dunque vorrei parlarne dai soli punti di vista che ci accomunano tutti: quello logico, quello giuridico, quello deontologico e quello pratico.

Dal punto di vista logico, non si scappa: chi sostiene il diritto al "suicidio assistito" afferma che ciascuno di noi è il solo padrone della sua vita. Ammettiamo pure che sia così: ma proprio per questo chi vuole sopprimere la "sua" vita deve farlo da solo; se ne incarica un altro, la vita non è più sua, ma di quell'altro. Dunque, se vuole farla finita, deve pensarci da sé.

Dal punto giuridico c'è una barriera insormontabile: l'articolo 575 del Codice penale, che punisce con la reclusione da 21 anni all'ergastolo "chiunque cagiona la morte di un uomo". Sono previste attenuanti, ma non eccezioni: nessuno può sopprimere la vita di un altro, punto. Se lo fa volontariamente, commette omicidio volontario. Anche se la vittima era consenziente, o l'ha pregato di farlo, o addirittura l'ha pagato per farlo. Non è che sia "trattato da criminale": "è" un criminale. Ed è giusto che sia così. Se si comincia a prevedere qualche eccezione, si sa dove si inizia e non si sa dove si finisce. Se si autorizza un medico a sopprimere la vita di un innocente, come si fa a non autorizzare il boia a giustiziare un folle serial killer che magari è già riuscito ad ammazzare pure qualche compagno di cella?

Dal punto di vista deontologico, altro muro invalicabile: il "giuramento di Ippocrate" che ogni medico, odontoiatra e persino veterinario deve prestate prima di iniziare la professione: "Giuro di perseguire la difesa della vita, la tutela della salute fisica e psichica dell'Uomo e il sollievo della sofferenza, cui ispirerò con responsabilità e costante impegno scientifico, culturale e sociale, ogni mio atto professionale; di curare ogni paziente con eguale scrupolo e impegno; di prestare, in scienza e coscienza, la mia opera, con diligenza, perizia e prudenza e secondo equità, osservando le norme deontologiche che regolano l'esercizio della medicina e quelle giuridiche che non risultino in contrasto con gli scopi della mia professione".

Non occorre aggiungere altro. Come si può chiedere a un medico di togliere la vita al suo paziente, cioè di ribaltare di 180 gradi il suo dovere professionale di salvarla sempre e comunque? Sarebbe molto meno grave se chi vuole suicidarsi, ma non se la sente di farlo da solo, assoldasse un killer professionista per farsi sparare a distanza quando meno se l'aspetta: almeno il killer, per mestiere, ammazza 1a gente; il medico, per mestiere, deve salvarla. Se ti aiuta ad ammazzarti è un boia, non un medico.

Dal punto di vista pratico, gli impedimenti alla legalizzazione del "suicidio assistito" sono infiniti. Che si fa? Si va dal medico e gli si chiede un'iniezione letale perché si è stanchi di vivere? O si prevede un elenco di patologie che lo consentono? E quali sarebbero queste patologie? Quasi nessuna patologia, grazie ai progressi della scienza medica, è di per sé irreversibile. Nemmeno la depressione. Ma proprio una patologia passeggera può obnubilare il libero arbitrio della persona che, una volta guarita, non chiederebbe mai di essere "suicidata". Qui di irreversibile c'è solo il "suicidio assistito": ti impedisce di curarti e guarire, dunque di decidere consapevolmente, cioè liberamente, della tua vita. E se poi un medico o un infermiere senza scrupoli provvedono all'iniezione letale senza un'esplicita richiesta scritta, ma dicendo che il paziente, prima di cadere in stato momentaneo di incoscienza e dunque impossibilitato a scrivere, aveva espresso la richiesta oralmente? E se un parente ansioso di ereditare comunica al medico che l'infermo, prima di cadere in stato temporaneo di incoscienza, aveva chiesto di farla finita?

Se incontriamo per strada un tizio che sta per buttarsi nel fiume, che facciamo: lo spingiamo o lo tratteniamo cercando di farlo ragionare? Voglio sperare che l'istinto naturale di tutti noi sia quello di salvarlo. Un attimo di debolezza o disperazione può capitare a tutti, ma se in quel frangente c'è qualcuno che ti aiuta a superarlo, magari ti salvi. Del resto, il numero dei suicidi è indice dell'infelicità, non della "libertà" di un Paese. E, quando i suicidi sono troppi, il compito della politica e della cultura è di interrogarsi sulle cause e di trovare i rimedi. Che senso ha allora esaltare il diritto al suicidio ed escogitare norme che lo facilitino? un suicidio passato dal Servizio Sanitario Nazionale: ma siamo diventati tutti matti?"

 

 

 

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4 COMMENTS

  1. Incredibile! Travaglio ha ragione!
    Quello di Travaglio è il più bel pezzo che ho letto sulla morte di Magri. Scrive come un giornalista di razza e – quando non è obnubilato dalle sue passionacce – ragiona bene.

  2. Meno male.
    Un po’di speranza rimane; se su una questione così importante riusciamo a trovare un punto d’accordo anche con Travaglio. (Però se Travaglio vedesse Berlusconi che sta per gettarsi a fiume, non so se lo fermerebbe).
    L.

  3. Leggere attentamente Travaglio .. ne scoprirete delle belle
    Marco Travaglio e’ cresciuto professionalmente sotto Montanelli e lavorava assieme a Feltri. E’, come spesso lui stesso ha ribadito, un uomo di destra che ha trovato riparo nei giornali di sinistra perche’ quelli di destra per la stragrande maggioranza controllati o posseduti dal Berlusconi non lo lasciavano scrivere. Ho l’impressione che molte volte gli elettori di Berlusconi scambino per comunista/ di sinistra tutti quelli che non la pensano come loro oppure che attaccano il loro leader. Chiedo a coloro che non mi credono di portarmi per favore dei rimandi ad articoli di Travaglio in cui lui sostiene posizioni di sinistra in campo economico o sociale. Il fatto che, combattendo in ogni suo articolo la corruzione ed il malcostume imperante venga per questo percepito di sinistra e’ dovuta al fatto che la stragrande maggioranza delle persone coinvolte era del PDL ma se avete voglia di cercare vedrete che gli articoli su Penati e le tangenti di Sesto e su D’Alema e le sue fondazioni erano dello stesso tenore… volesse il cielo che anche i giornali di destra avessero la stessa liberta’. il problema e’ che se qualcuno scrivesse anche una riga su personaggi come Del’Utri Cosentino, Romano etc verrebbe cacciato seduta stante… spero che qualcuno abbia per lo meno l’onesta intellettuale di ammetterlo.

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