Tremonti non è affatto al tramonto ma la sua politica non sta per niente bene
23 Ottobre 2009
di Dolasilla
Sono trascorsi cinque anni, ma il copione non sembra destinato a ripetersi. Il ministro dell’Economia Giulio Tremonti non avrà ragione di lasciare il suo ufficio di via XX settembre. Lo occupa da 17 mesi, con un piglio degno di Quintino Sella. Ha fatto la lesina giusta per governare un bilancio pubblico disastrato. E’ saltato in groppa al terzo debito pubblico mai accumulato al mondo, ha attraversato le acque procellose di una crisi finanziaria tanto profonda quanto estesa, e non si è fatto disarcionare. E non si farà disarcionare. Tremonti non è al tramonto, come spera qualche critico interessato, nella maggioranza o nell’opposizione. Il tremontismo, invece, non sta troppo bene. Si va appannando la forza attrattiva e insieme propulsiva di una certa visione della politica di bilancio come mastice insostituibile di intese politiche.
Si prenda lo scudo fiscale: Tremonti lo ha voluto, certo non da solo, perché dal rientro dei capitali accasati nei paradisi fiscali si può mungere una cifra, sicuramente non da capogiro ma pur sempre sufficiente per dare quel minimo di respiro alle politiche di bilancio del governo.
L’idea dello scudo con il surplus di soldi da spendere ha fatto emergere con forza un confronto politico nella maggioranza, fino ad allora rimasto sotto il pelo dell’acqua. Dove indirizzare le risorse aggiuntive? All’Università, alle forze dell’ordine, al rinnovo degli ammortizzatori sociali nel caso la crisi dovesse scaricare conseguenze prolungate sull’economia reale? Alla riduzione dell’Irap e, magari più in là, dell’Ire? Al Mezzogiorno e alle infrastrutture?
Il ventaglio delle necessità, è ovvio, si allarga ogni giorno di più. Anche perché la sequenza degli appuntamenti politici da qui a marzo (Finanziaria, avvio del confronto parlamentare sulle riforme, elezioni regionali) è tale da non lasciare scampo: la maggioranza è destinata a ricompattarsi e, nello stesso tempo, riarticolarsi nei suoi equilibri interni. E ciascuno degli alleati bussa da Tremonti pensando di avere un orto più di altri bisognoso d’acqua.
Berlusconi assiste a tutto questo con occhio vigile e disincantato. Vede qui e là qualche fuoco che prende, sintomo di un malessere solo in parte spiegabile con le ambizioni personali. Prima che la prateria prenda fuoco, ecco la terapia: iniettare nella maggioranza una bella dose di "dialettica politica", come si sarebbe detto in un’altra stagione e lascire che il confronto prenda forma e sostanza nei gruppi parlamentari desiderosi di discutere i provvedimenti del governo, anche solo per comprenderli e meglio spiegarli agli elettori. Conoscere quello su cui si vota aiuta a farne apprezzare meglio i contenuti, per approvarli o per modificarli. Il che non e non potrà mai essere uno scandalo. Il dialogo parlamentare prima di intavolarlo con l’opposizione, è quello che un governo costruisce con la propria maggioranza. Se si attiva questo circuito virtuoso, l’opposizione è costretta a entrare nel gioco altrimenti si chiamerà fuori da sola.
Se il presidente dei senatori del PdL, Maurizio Gasparri, chiede un confronto fra governo e maggioranza sulla riforma dell’Università, il ministro Gelmini non si sentirà per questo messa in discussione. Sarebbe un gesto di infantilismo politico, imperdonabile in una persona politicamente avveduta come il ministro di Viale Trastevere.
Dopo 17 mesi di governo, quello a cui si assiste in questi giorni è un salutare sussulto di "dialettica politica", come si sarebbe detto in un’altra stagione. Resa sicuramente più vivace dalla concomitanza di tante scadenze, a cominciare dalle elezioni regionali che possono segnare un vero e proprio riposizionamento dei partiti sul territorio. Il premier lo ha compreso e il presidente della Camera, fino a ieri immusonito oltre misura, ci ha preso gusto al punto che dai suoi uffici istituzionali di Montecitorio partecipa attivamente alle trattative per le candidature.
L’emersione di tanti protagonismi – si tratti di Tremonti o di Fini – non è certo l’anticamera dell’implosione della maggioranza. Anche se questa è la speranza nella quale si culla l’opposizione.
Più semplicemente, la maggioranza ha compreso che vivacizzare il confronto al proprio interno può aiutare a erodere spazi e consensi nella società lasciati liberi dall’opposizione o non più identificabili con essa. Il risvolto di tutto questo è la necessità di dare una strutturazione nuova al "partito" perché la dialettica, nata nei gruppi parlamentari, è destinata a propagarsi e a contaminare il partito.
