Tremonti non si dimette e apre alla collegialità con qualche sconto sulla manovra
28 Giugno 2011
Un passo avanti di Tremonti, uno di Bossi. Col Cav. in versione mediatore. Quanto basta al primo per entrare a Palazzo Grazioli senza lettera di dimissioni in tasca ma con la bozza di una manovra ‘seria e responsabile’ e al secondo per incassare la revisione del patto di stabilità per i comuni virtuosi. Così quello che dalle avvisaglie di domenica si profilava come il giorno campale, quello in cui a detta di molti nel centrodestra avrebbe potuto succedere di tutto, è stato il giorno del chiarimento e del compromesso. Almeno per ora.
Se alla ‘quadra’ sulla manovra si sta ancora lavorando come fanno intendere Alfano, Frattini e Galan e lo stesso Senatur dopo il vertice di maggioranza, è comunque un fatto che il ministro dell’Economia abbia mostrato una disponibilità (quanto effettiva si misurerà solo nei prossimi giorni) alla collegialità arginando un fronte polemico che rischiava di isolarlo sempre di più fino al punto di ventilate dimissioni, aperto da settimane e rinfocolato domenica da Crosetto che aveva definito quella partorita da via XX Settembre una ‘manovra da psicanalista’ e Tremonti come uno che non si fila mai nessuno. Un’uscita a gamba tesa che ha fatto da cassa di risonanza al malumore di alcuni ministri e numerosi parlamentari e che ieri l’esponente pidiellino ha rilanciato dai microfoni di ‘Un giorno da pecora’ quando paragonando il super-ministro a una pietanza ha detto che potrebbe essere ‘un brasato o un bollito’.
Il pressing su Tremonti non si allenta e tuttavia la chiave che a Palazzo Grazioli ha permesso di fare sintesi è stata da un lato la comunicazione su cosa c’è dentro la manovra economica che giovedì approda in Consiglio dei ministri (finora tenuta rigorosamente top secret), dall’altro la consapevolezza che comunque il rigore dei conti non può lasciare il passo all’aumento della spesa pubblica. C’è l’Europa a marcare stretto l’Italia e soprattutto gli speculatori che non aspettano altro che segnali di debolezza per mettere nel mirino anche il nostro paese. E’ attorno a questo ragionamento che il Cav. ha cercato la sintesi vestendo i panni del mediatore e al tempo stesso facendo sì che la manovra non sia – come in passato è stato – un testo blindatissimo solo da approvare senza discutere. Oggi la bozza Tremonti è stata consegnata al premier e successivamente ai ministri che avranno 48 ore di tempo per apportare i loro contributi. Col placet del Prof di Sondrio, anche se poi andrà verificato in concreto, cioè su quali e quanti capitoli.
La stessa apertura che dal titolare di via XX Settembre è arrivata sul provvedimento taglia-spese con in testa la cura dimagrante per i costi della politica. Anche in questo caso è stata accolta la collaborazione dei capigruppo di Camera e Senato incaricati di predisporre proposte ad hoc. E se perfino Galan, uno dei ministri da sempre più duri nei confronti del metodo-Tremonti, a fine vertice arriva a dire che la manovra è un provvedimento “di media intensità spalmato su quattro anni i cui primi due sono francamente accettabili”, con la sottolineatura di un cambio di passo (appunto la collegialità) nei confronti dei colleghi di Palazzo Chigi, c’è da ritenere che le tensioni dei giorni scorsi se non proprio dissolte, si siano quanto meno attenuate.
Del resto, Berlusconi sa bene che difficilmente potrà fare a meno di Tremonti (specie in un momento come questo e nel contesto europeo) ma non può nemmeno sottovalutare le richieste dei ministri che, oltretutto, rappresentano le varie componenti del Pdl.E Tremonti sa di non poter più arroccarsi nel ‘fortino’ di via XX Settembre. Il tutto alla vigilia del Consiglio nazionale del partito chiamato a ratificare la nomina di Alfano a segretario politico del partito. Non solo: il premier deve mediare con Bossi affinchè i moniti e le minacce sul governo “che rischia fino a quando la manovra non è passata” non si trasformino in qualcos’altro. La Lega esce dal vertice con il sì di Tremonti alla revisione del patto di stabilità per i comuni virtuosi. Uno dei punti nell’elenco di Pontida sul quale il Carroccio tenta di recuperare il feeling di un tempo con la base insofferente. Da parte sua, Bossi è consapevole che in questo momento non può essere lui a spezzare la corda che domenica in Piemonte i suoi hanno spezzato nel tiro alla fune. Al di là dei presagi padani, sarebbe un gioco troppo pericoloso.
Il premier non vuole polemiche e fibrillazioni. Lo ha detto chiaro durante il vertice di maggioranza anche perché adesso occorre dialogare dentro il governo ma anche con l’opposizione. Al punto che avrebbe stoppato le richieste di alcuni ministri di rinviare il Cdm alla prossima settimana per avere più tempo a disposizione per studiare le carte di Tremonti, rilanciando la necessità di chiudere giovedì con il varo e solo dopo lasciare spazio ai miglioramenti.
Ma in pratica, l’impressione diffusa nella maggioranza è che il margine non sia poi così largo. A cominciare dall’entità dell’impianto generale che resta di circa 43 miliardi spalmati su più anni: un impatto più contenuto nel 2011-2012, da 1,8 miliardi quest’anno e 5,6 il prossimo e con la parte più consistente dei tagli previsti tra il 2013 e il 2014. Quanto alla prima bozza della legge-delega sulla riforma fiscale, non sono emerse novità sostanziali rispetto a quello che già era circolato finora: nessun abbattimento delle tasse in questa fase, solo una ‘rimodulazione’, anche se l’obiettivo entro il 2013 resta fissato nell’agenda del governo.
A questo punto sarà interessante vedere cosa produrranno le 48 ore di ‘riflessione e approfondimento’ prima della riunione di giovedì a Palazzo Chigi: se cioè si trasformeranno nel solito tentativo di assalto alla diligenza o se si potranno conciliare col concetto di fondo che ora la maggioranza è obbligata a tradurre in fatti: rigore e crescita. Ma sarà interessante vedere anche se il presagio di quella corda spezzata dai leghisti tra le due sponde del Ticino vale più per Tremonti che per Berlusconi.
