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Tremonti vuole spendere meno, la Gelmini spendere meglio

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Che il governo avrebbe tagliato tutto il tagliabile nessuno lo dubitava. Che la mannaia di Tremonti sarebbe calata così pesantemente sul sistema scolastico pochi invece lo credevano. Pochi tranne Mariastella Gelmini, quel ministro così risoluto da aver cacciato in quattro e quattr’otto una funzionaria dall’esperienza decennale per aver clamorosamente sbagliato le tracce dei temi della maturità. Lo stesso ministro che in un’intervista rilasciata ieri al Sole 24ore si assume tutte le responsabilità sue e del suo esecutivo: “questo governo è stato eletto per risanare i conti pubblici è un impegno di rigore con gli italiani e va mantenuto”.

Novità, dunque, e anche pesanti sul fronte scolastico. Le “Disposizioni in materia di organizzazione scolastica” rientrano, all’interno del Dpef nell’ambito del Contenimento della spesa del pubblico impiego. L’art. 70 non lascia adito a fraintendimenti: per attuare il Piano programmatico di interventi occorre «una maggiore razionalizzazione delle risorse umane e strumentali disponibili», si provvede ad «una revisione dell’attuale assetto ordinamentale, organizzativo e didattico del sistema scolastico». A legger bene le intenzioni del ministro la filosofia che sottende al piano economico del governo è del tutto nuova. È la prima volta, infatti, che si prevede un intreccio così stretto tra tagli alla spesa e riorganizzazione del sistema. Questo sta ad indicare che nelle intenzioni di questo esecutivo c’è fare le riforme per abbassare la spesa e qualificarla.

La “to do list” riprende a grandi linee la riforma avviata dal ministro Moratti, soprattutto per quanto riguarda la razionalizzazione e l’accorpamento delle classi di concorso, la maggiore flessibilità nell’impiego dei docenti, la razionalizzazione dei piani di studio, la revisione dei criteri che sottendono la formazione delle classi. Ma si parla anche di revisione della governance scolastica, con l’ampliamento dell’autonomia e la facoltà di formare le classi entro un vincolo di organico assegnato; di rimodulazione dell’attuale organizzazione didattica della scuola primaria, attraverso la diminuzione del numero dei maestri per classe (il famoso ritorno al maestro unico), di revisione dei criteri che determinano il numero del personale tecnico e amministrativo.

Per fare tutto questo non occorrono soldi in più ma tagli alle spese. Per questo la mannaia di Tremonti ha previsto per prossimo triennio risparmi per circa 3,2 miliardi di euro, che sommati ai tagli della finanziaria dello scorso anno arrivano in tutto a 4,6 miliardi complessivi. La scuola ha bisogno di recuperare risorse: per aumentare lo stipendio degli insegnanti che se lo meritano, per costruire nuove strutture, per ammodernare quelle fatiscenti. Se pensiamo che il 97 per cento del bilancio destinato all’istruzione va per gli stipendi si capisce anche perché il ministro ha posto più di una volta l’accento su alcuni punti: no al precariato; no alla frustrazione dei docenti e sì a meno insegnanti ma più preparati e meglio pagati

I numeri la Gelmini li ha lasciati ai colleghi dell’Economia: nel Dpef è prevista la riduzione di 70mila cattedre e 40mila posti di personale tecnico amministrativo ma anche la futura assunzione di 25mila docenti e 7mila Ata. La scuola – sostiene la Gelmini – non può rappresentare un ammortizzatore sociale. Va cambiato il sistema di reclutamento. Che non troppo tra le righe significa adottare soluzioni drastiche sulle Siss. “Non mi servono buone intenzioni, nemmeno suggerimenti che non tengono conto di una contabilità economica. Se non avessimo il debito pubblico tra i più alti d’Europa una spesa pubblica da riqualificare credo che chiunque darebbe stato capace di migliorare la situazione scuola”. Una chiara idea di quale linea economica seguire. Ancora qualcosa manca per tracciare anche una linea politica definita.

I sindacati sono già scesi sul piede di guerra, pronti alla mobilitazione. La revisione del numero delle cattedre e del personale tecnico amministrativo, con il conseguente accorpamento delle materie, dicono, implica una riduzione del 20 per cento della forza lavoro. Così come non mancheranno di suscitare polemiche i diktat del ministero nei confronti della dirigenza scolastica, coinvolta nel processo di razionalizzazione: «il mancato raggiungimento degli obbiettivi prefissati… comporta l’applicazione delle misure connesse alla responsabilità dirigenziale». In soldoni: si risponde di tasca propria e con provvedimenti amministrativi. Chi pensa male vuol far credere che gli errori sulla traccia della maturità dedicata a Montale siano stati compiuti per spostare i riflettori sul mondo della scuola. Se anche così fosse il nuovo ministro sembra essere riuscito nel suo intento.

 

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1 COMMENT

  1. Chiudere e accorpare le piccole facoltà.
    Forza Ministro! La scuola è diventata l’agenzia di collocamento delle clientele! Per quanto riguarda l’università ecco qualche idea (in tutta modestia). Sarebbe opportuno chiudere o accorpare tutte le facoltà che negli ultimi 5 anni non hanno avuto una media di 100 immatricolati l’anno (per immatricolati intendo gli iscritti al primo anno di un corso, sia bienni che trienni). Ad esempio, è ridicolo che vi siano facoltà umanistiche con poche decine di iscritti (30, 50 o 70) ad ogni anno: si risparmierebbe un capitale enorme se tali piccole facoltà venissero chiuse o accorpate alle più grandi, soprattutto accorpando il personale docente e spostandolo da una facoltà di un ateneo (piccola e da chiudere) alla facoltà di un altro ateneo (più grande). In tal modo non solo si eviterebbe di dover assumere altro personale docente, ma si renderebbero anche disponibili molte strutture per altri usi. Ma la più grande assurdità è, probabilmente, la presenza di corsi musicali nelle università (Dams, Musicologia, etc.), dato che certi corsi potrebbero essere spostati senza alcun problema nei conservatori, alcuni dei quali (i migliori) potrebbero attrezzarsi (molti lo sono già) per avere corsi del genere e far risparmiare ingenti finanziamenti allo Stato; è semplicemente assurdo, infatti, che le università abbiano dei corsi musicali che sarebbe più logico e sensato inquadrare nei conservatori e che sono, a tutti gli effetti, solo degli inutili doppioni. La nostra tradizione musicale (come quella tedesca e francese), inoltre, ha proprio nel conservatorio (o scuola di musica privata) il suo luogo ideale per la formazione di musicisti, musicologi e studiosi della musica (a differenza del mondo anglosassone, dove non esistono i conservatori ed il luogo di formazione di musicisti e studiosi è affidato all’università-campus). Si potrebbe fare un’infinità di altri esempi … Naturalmente è più che logico che vi siano delle eccezioni, come le facoltà scientifiche con laboratori che, per la loro peculiare organizzazione, non possono avere un numero troppo elevato di studenti. Con questo tipo di interventi si riuscirebbe a risparmiare molto senza chiudere atenei, ma semplicemente chiudendo piccole e inutili facoltà o spostandone il corpo docente ed il personale dalle facoltà di un ateneo a quelle di un altro ateneo e, per la musica, nei conservatori.
    Buon lavoro al Ministro.

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