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La ricerca della verità

Trent’anni senza Sciascia: l’intellettuale innamorato della verità

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Quando Immanuel Kant scrisse il suo celebre “Risposta alla domanda Che cos’è l’Illuminismo” esordì con la celebre definizione: “L’illuminismo è l’uscita dell’uomo dallo stato di minorita che egli – l’uomo (ndr) –  deve imputare a se stesso”.

Come Nietzsche nella sua “Nascita delle Tragedia” si pose l’obiettivo di “squarciare il velo di Maia”, che nasconde il magma profondo del dionisiaco, così Sciascia in tutta la sua opera ha squarciato quei veli, posti secolo dopo secolo, che servivano a celare la realtà effettuale della società siciliana e di quella italiana. Tutta la sua opera è intrisa di quello stile poliedricamente illuministico, che, attraversando tutti i generi letterari, risveglia le coscienze, riposte abilmente nei meandri bui della nostra ragione.  Allievo indipendente del padre dell’Illuminismo – quel Voltaire di cui Sciascia seguirà le orme per tutta la vita – pagina dopo pagina, in ogni romanzo, saggio o racconto giallo.

La sua capacità di ritrarre i caratteri somatici di una società silente ed adagiata sugli allori, ha reso e rende tutt’ora, a trent’anni dalla sua morte, la sua opera unica e irripetibile. Come un pioniere, Sciascia accese un lume, una luce nelle tenebre, tracciando un solco, in cui scrittori, pensatori, filosofi hanno trovato la strada spianata. Un profeta della ragione che ha saputo raccontare un mondo apparente, di cui nessuno aveva il coraggio di parlare. Nonostante molti abbiano tentato, lui è riuscito, nella sua opera, a squarciare il velo, mostrando la crudeltà della realtà, in cui molto spesso i giusti “si perdono nello spazio, ma sono destinati a vincere nel tempo”, come il Capitano Bellodi de “il Giorno della Civetta” – chiaramente ispirato a quel Dalla Chiesa giovane capitano a Corleone in lotta con quei giovani mafiosi che scateneranno l’inferno nella Sicilia e nell’Italia degli anni ’70-’80-’90  – o come il Commissario Rogas de “Il Contesto”, che, così come scrisse lo stesso Sciascia nell’introduzione, “a iniziai scrivere con molto divertimento, ma finii che non mi divertivo più”: questo perché, a volte, anche lo scrittore più demiurgico può rimanere sconvolto dalla sua opera, tanto più in profondo si spinge. Si tratta di un certo pessimismo verso le cose, dunque, che nasce spontaneo da chi ricerca sempre l’essenza delle cose.

Gli eroi di Sciascia, sono eroi silenziosi, che fanno il loro dovere per spirito di servizio; oppure, come il Professor Lauria, de “A ciascuno il suo”, si improvvisano ricercatori della verità, scontrandosi con lo status quo e finendone, inevitabilmente, schiacciati.

Ancora, si inserì con l’eleganza di un gigante e l’agilità di un investigatore nei misteri d’Italia, dalla “Scomparsa di Majorana” a “L’Affaire Moro”, perché, come scrisse saggiamente: Forse tutta l’Italia va diventando Sicilia… E sale come l’ago di mercurio di un termometro, questa linea della palma, del caffè forte, degli scandali: su su per l’Italia, ed è già, oltre Roma…”. Sono parole profetiche, che, oggi come non mai, si palesano limpide all’orizzonte, valide tanto per il passato quanto per il presente del nostro Paese.

Oggi, Leonardo Sciascia, vive nella sue pagine, nel ricordo del suo impegno politico – indissolubile dovere dell’intellettuale impegnato – che, come scrisse Hegel, deve calarsi nella propria epoca, deve avere il coraggio di affondare le mani in quel banco da mattatoio che è la storia del mondo, senza timore, ma con la consapevolezza di chi persegue una sfida, una lotta, che va oltre le barriere ideologiche: la battaglia per la verità, contro ogni menzogna.

Questa lotta può anche concludersi con una sconfitta nell’immediato, che, però, può tramutarsi in una vittoria eterna.

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