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Tronchetti e il diritto di decidere

Intanto diamo al mercato ciò che è del mercato. Marco Tronchetti Provera fa benissimo a continuare a guardarsi intorno per cercare acquirenti validi per la sua Telecom Italia. E’ un suo diritto sacrosanto proprio perché l’azienda è ancora sua. Anche se, senza alcun rispetto per le logiche del mercato, gli è rimasta, da qualche settimana, solo la nuda proprietà del gruppo Telecom e non la gestione. A comandare, infatti, da qualche tempo in azienda è Guido Rossi, in rappresentanza non si sa di chi e in virtù non si sa di cosa. Rossi non è titolare di neanche un’azione della Telecom e non è noto come manager delle Telecomunicazioni (non può certo valere la sua precedente esperienza nella Stet in via di privatizzazione). Né, onestamente, potremmo dire che Rossi sia alla guida operativa del gruppo perché gode pienamente della fiducia dell’azionista di controllo. Insomma, va bene essere un po’ ingenui, però è evidente che Tronchetti avrebbe preferito fare a meno della collaborazione del professionista milanese campione dei risanamenti difficili, delle resurrezioni di aziende in difficoltà, simultaneamente, con le procure e con le banche. Tronchetti, c’è da crederlo, avrebbe anche gradito, in questi ultimi anni, la possibilità di esercitare in pieno le sue funzioni di capo-azienda, e quindi poter scegliere le linee di sviluppo industriale, senza subire stop imprevisti dalle autorità pubbliche, e poter scegliere la sua rete di alleanze, senza subito veti dai poteri pubblici o suggerimenti melliflui su carta intestata di Palazzo Chigi. Come è noto di alleanze ne ha tentate almeno due con una certa concretezza (senza contare i possibili interessamenti di gruppi russi o indiani e la sempre possibile carta di Deutsche Telekom), quella con Rupert Murdoch e quella con gli spagnoli di Telefonica, in entrambi i casi è stato fermato con le buone o con le cattive. Fino a trovarsi, di fatto, in mano a un gruppo di presunti salvatori italiani, capitanati da banche, acquirenti che si sentivano talmente forti da ritenersi in diritto di stabilire loro il prezzo di acquisto.

Ora Tronchetti ci riprova, con più concretezza di prima perché ha già messo sul piatto una decisione favorevole all’intesa con i nordamericani di At&t e di America Movìl sottoscritta dal consiglio di amministrazione della Pirelli (azienda che lui controlla attraverso Camfin e che, a sua volta, è socia all’80% di Olimpia, il restante 20% è della famiglia Benetton, società che ha la proprietà del 18%, quota di controllo, della Telecom).

Tronchetti vuole tornare a esercitare pieni diritti sulla sua azienda e non farsi ridurre alla nuda proprietà, peraltro messa sotto tutela. Non siamo neanche all’esigenza di difendere il mercato, concetto già complesso per la circostanza, ma all’abc dei diritti di un’economia liberale. E infatti sull’intoccabile diritto di Tronchetti a fare qual che vuole delle partecipazioni aziendali di cui è proprietario nessuno riesce, con tutto l’impegno possibile, a eccepire. Anche i più fieri oppositori dei suoi piani imprenditoriali partono dalla constatazione-concessione di non avere nulla in contrario alle libere scelte di Tronchetti, però aggiungono sempre un “ma”. Per introdurre, prima di soppiatto e poi con convinzione, il dubbio della perdita del controllo nazionale sull’azienda, per segnalare come sia strategico mantenere il controllo della rete telefonica. Insomma, il solito armamentario con cui i governi poco o per niente interessati al mercato si sentono in diritto di stabilire cosa è bene e cosa è male per le aziende e per il paese e di scrivere i loro meravigliosi piani industriali.

Fin qui l’analisi ingenuamente e rispettabilmente liberale. Ci potrebbe anche bastare. Ma la storia recente delle Telecom ci mostra che Tronchetti, comunque, non è un fervente lettore di Adam Smith passato direttamente dalle letture in biblioteca alla guida delle aziende. Anche lui è uomo di mondo. E allora possiamo andare a cercare tra le motivazioni della sua clamorosa sortita nordamericana anche la volontà, più che comprensibile, di trovare alleati in grado di fargli spuntare il prezzo migliore per le azioni che comprò a caro prezzo, qualcosa di più di 4 euro ciascuna al tempo dell’estromissione di Roberto Colaninno. Con At&t e America Movìl Tronchetti ha trovato i partner industriali pronti a pagare un prezzo vicinissimo ai 3 euro per azione pur di avere il controllo di un’azienda comunque molto ben messa e dotata di validissime tecnologie. Ora quello è il prezzo di riferimento, perché a quel prezzo ci sono acquirenti disponibili. E non valgono più le alchimie delle cordate italiane pronte a mettere Tronchetti nella condizione di prendere o lasciare. Magari alla fine non saranno le due società nordamericane a comprare, magari alla fine Tronchetti non si rivelerà un Don Chisciotte della libera impresa combattendo contro tutto e tutti in Italia, ma ormai ha fissato un prezzo e un percorso obbligati. E si è ripreso qualcosa di più della nuda proprietà.

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