Trump e Biden, il doppiopesismo morale di stampa e opinione pubblica

Banner Occidentale
Dona oggi

Fai una donazione!

Gli articoli dell’Occidentale sono liberi perché vogliamo che li leggano tante persone. Ma scriverli, verificarli e pubblicarli ha un costo. Se hai a cuore un’informazione approfondita e accurata puoi darci una mano facendo una libera donazione da sostenitore online. Più saranno le donazioni verso l’Occidentale, più reportage e commenti potremo pubblicare.

Trump e Biden, il doppiopesismo morale di stampa e opinione pubblica

Trump e Biden, il doppiopesismo morale di stampa e opinione pubblica

09 Settembre 2020

Negli Stati Uniti lo chiamano Whataboutism – da what about – ed è quella tecnica retorica di rovesciare sull’avversario, in questo caso politico, un argomento scottante che invece riguarda il proprio clan, se non addirittura sé stessi. Insomma, una sorta di italianissimo “benaltrismo”, per non affrontare la questione in oggetto. Un fenomeno molto in voga adesso Oltreoceano, che, a meno di due mesi dalle elezioni presidenziali, vede protagonisti i progressisti liberal che sostengono Biden: per dirlo con chiarezza, i media che lo fiancheggiano e il partito democratico. Ora è del tutto evidente che Trump, il presidente in carica ricandidato dai repubblicani, non le mandi a dire all’avversario (vogliamo rammentare “Sleepy Joe” o “Crooked Hillary”, tanto per dirne un paio tra le decine di tweet sarcastici e affilati?). Fatto sta, però, che quando il politicamente corretto non alligna neppure tra i dem, tutto tace. Due pesi, due misure. Per cominciare, il lamestream media che si è scatenato all’unisono sulle frasi attribuite a Trump sui soldati americani morti in guerra, i quali sarebbero stati malamente apostrofati dal presidente, che ha però più volte smentito. Quando mai l’intellighenzia e la stampa liberale avrebbero riportato queste informazioni senza citare una fonte? Mai, appunto, se si fosse trattato di un dem, per esempio di Biden o di Nancy Pelosi, la leader della Camera dei Rappresentanti. Ma visto che si tratta di Trump, un trasgressore seriale che ridicolizza spesso i suoi avversari con vari nomignoli, si può fare, rifugiandosi nell’anonimato (una nuova gola profonda? Chissà). E che dire, fatto ancor più eclatante, che si sia fatto passare, senza battere ciglio, una tra le violazioni più gravi della storia americana recente, per quanto riguarda il modo in cui il Dipartimento di Giustizia e l’Fbi si siano politicamente adoperati, interferendo nell’elezione in corso, tentando di disarcionare un presidente legittimamente eletto, costruendo eventi inesistenti basati su un dossier russo salacemente commissionato dalla campagna elettorale di Hillary Clinton, comprese le bugie dichiarate in tribunale, in un procedimento come previsto dal Fisa, il Foreign Intelligence Surveillance Act? Per non parlare dei capi dell’intelligence, come il direttore della Cia, John Brennan, e il direttore dell’intelligence nazionale, James Clapper, che hanno pubblicamente dipinto il presidente come se fosse un agente russo in servizio permanete attivo sul suolo americano, mentre però, nel frattempo, testimoniavano in privato al Congresso di non essere in possesso di alcuna prova per poter sostenere tale affermazione.

Per Trump, le regole che sono sempre valse per tutti si cancellano. Qualsiasi norma, già acclarata e sottoscritta, qualora potesse avvantaggiare Trump, deve essere eliminata. Tipo: Trump nomina dei giuristi che non credono nel “legislating from the bench”, in quell’attivismo giudiziario in cui sono i giudici a dettare legge. E che fanno Kamala Harris, la senatrice in ticket con Biden, e le altre due senatrici Kirsten Gillibrand ed Elizabeth Warren (ex candidata alle primarie dem)? Propongono di blindare la Corte Suprema. E sugli scandali sessuali, cosa accade? Da una parte, per il candidato alla Corte Suprema di Trump, Brett Kavanaugh, accusato di stupro di gruppo, scatta la ghigliottina (sociale, si intende), con l’insistenza, a tambur battente, da parte di dem e media, di credere, giustamente, alle donne. Bene, anzi benissimo, soprattutto se accompagnate dalle dovute prove. Ma quando un ex membro dello staff del Senato accusa Biden di molestie sessuali, si scopre che, al contrario, non è detto che si debba credere a quella donna, e nemmeno bisogna prestarle attenzione. Nell’oblio, poi, che la portavoce della Camera, Pelosi, avvii una richiesta di impeachment del presidente senza che un voto in aula lo autorizzi. C’è qualcuno che ha dimenticato, tanto per rimanere su Pelosi, quando nel febbraio scorso strappò ostentatamente la sua copia del discorso sullo Stato dell’Unione, dalla sua postazione? E perché chiunque indossi un cappello “Maga” (Make America Great Again) deve automaticamente passare per un razzista, incluso un ragazzo delle superiori che ne indossa uno per una manifestazione pro-vita? E perché non si trova una nota di biasimo sul deputato Maxine Waters, che chiede alle persone di infiltrarsi tra i funzionari di Trump ovunque si trovino – nei ristoranti, nei negozi o in una stazione di servizio – per fare gruppo e provocarli?

Il doppiopesismo si è materializzato anche la settimana scorsa, venerdì. Il presidente, nell’occasione, ha tenuto una conferenza stampa in cui i giornalisti lo hanno, com’è ovvio che sia, subissato di domande precise, urticanti e ficcanti su tutto: dal tentato assassinio del leader dell’opposizione russo, Navalny, al fatto che l’America stia facendo tanti progressi contro il Covid-19 come Trump rimarca, fino a chiedergli se si sia pentito di aver detto che John McCain non sia stato un eroe, per essersi fatto catturare in Vietnam. In parallelo, però, lo stesso giorno, Biden si è concesso in una delle sue rare riunioni con la stampa. Ma tutto, in un clima che definirlo soft appare un eufemismo. La maggior parte dei giornalisti gli ha semplicemente chiesto di sottolineare quanto sia orribile e detestabile “Mr.Trump”, iniziando con la prima domanda, che chiedeva al candidato dem di esprimersi sull’anima del tycoon. Ce ne sarebbero tante altre da raccontare, come l’accoglienza acritica della stampa sul dossier Steele o sull’intera narrativa relativa alla collusione russa. Qualcuno riesce a ricordare i titoli delle violazioni delle norme, le quali dovrebbero essere accettate da tutti, ovvero quando gli americani appresero che l’agente dell’Fbi, accusato di alterare un documento relativo al Foreign Intelligence Surveillance Act, si era dichiarato parte della “resistenza”? O quando un messaggio rivelò che l’investigatore principale dell’Fbi nelle campagne elettorali di Trump e Clinton confidò alla sua amante, sempre dell’Fbi, che “impediranno” al signor Trump di diventare presidente? La verità, per dirla con linguaggio medico, visti i tempi che corrono, è che in Usa e in Occidente in generale è in atto una sorta di emiplegia morale, una paralisi che blocca e divide a metà, ciò che dovrebbe essere, al contrario, unanime e condiviso. Ma si è accettati e si è dalla parte giusta della storia, solo se si è contro Trump, of course!