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Tullia Calabi Zevi e quell’Italia che contava sullo scenario internazionale

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Tullia Zevi, donna emblema del giornalismo italiano, fra le poche corrispondenti ad essere stata ammessa al Processo di Norimberga, fu prezioso tassello e insostituibile tessera della nostra storia culturale italiana, ai tempi in cui profondi erano i confronti e sofferenti le lacerazioni politiche; storie nelle storie, quelle di tutti i protagonisti che frequentarono la sua casa ai margini del ghetto ebraico di Roma, sul lato di via delle Botteghe Oscure.

Nel suo salotto si sono animate figure come quelle di Paolo Treves, Franklin D. Roosvelt, William J. Donovan e la stessa Camilla Caetani, sua vicina di casa. La storia, negli anni della Guerra Fredda, accadeva a casa Zevi. È il 1938, Tullia Calabi è giovanissima esule negli Stati Uniti e incontra a New York, per un romantico caso del destino, Bruno Zevi.

Zevi in quegli anni è il collaboratore radiofonico, durante le campagne americane come dell’operazione bellica Orione, riceve i messaggi cifrati della Resistenza da Londra, tra molti altri esuli come lui. Venne così scoperto, cooptato e incluso nel circuito USIS (United States Information Agency), americano.

Entrambi fuggiti dall’Italia alla volta degli Stati Uniti, a causa delle Leggi razziali, si incrociano nell’appartamento dei Modigliani, che all’epoca raccoglievano intorno alla loro tavola gli smarriti arrivati dall’Europa. Bruno si innamora immediatamente di Tullia e fin dal primo istante fu deciso a sposarla.

Il loro matrimonio fu celebrato nella sinagoga portoghese e spagnola di New York il 26 dicembre del 1940. Partono poi per Boston insieme, affinché Bruno potesse proseguire i suoi studi di architettura presso Graduate School of Design dell’Università di Harvard, sotto la guida di Walter Gropius.

Tullia, figlia della buona borghesia milanese, acquisisce in quegli anni, accanto a Bruno convinto antifascista, la sua consapevolezza politica.

“È difficile spiegare – dirà Tullia molti anni più tardi in occasione di un convegno a Firenze- descrivere la vita degli esuli antifascisti nel suo complesso, perché era una comunità molto variegata, dinamica, molto preoccupata e molto insicura. Si trovò il modo di far coagulare le forze antifasciste fondando la Mazzini Society, con già un’impronta socialista-liberale, nel segno della Giustizia e della Libertà. Nella Mazzini Society la personalità di spicco era Gaetano Salvemini, l’unico vero grande maestro che io abbia mai avuto nella mia vita. (…) Si discuteva molto del programma politico, naturalmente, ma anche le cose minori erano motivo di litigi. Per esempio, il distintivo. Cosa mettiamo sul distintivo della Mazzini Society? Chi voleva la testa dell’Italia turrita, chi Garibaldi, chi Mazzini. Ad un certo punto, Salvemini, perse la pazienza e gridò con il suo fortissimo accento pugliese: – Che cosa volete metterci se non Mazzini? Ci volete mettere una donna nuda?!”. (dalla presentazione del libro BRUNO ZEVI INTELLETTUALE DI CONFINE curato da Francesco Bello, edito Viella).

Negli anni dell’esilio, il lavoro è incessante. Da Boston veniva inviato in Italia materiale ed informazioni via radio con programmi rivolti ai partigiani e le trasmissioni ad onde corte di Radio Boston. I contatti venivano mantenuti diplomaticamente con tutti: vecchi antifascisti americani, altri nuclei antifascisti all’estero, le fascistissime comunità italo-americane; era quello, il lavoro che tentava di convincere gli stessi americani che gli italiani non erano tutti fascisti.

Oltre ai “Quaderni Italiani”, vennero pubblicati bollettini come l’opuscolo informativo “Italy Against Fascism”, più volte ripreso dalle principali testate americane.

“I comunisti si tenevano lontani, e non è detto che sarebbero stati ben accolti”, affermerà Tullia “I comunisti vivevano male qualsiasi concorrenza politica; avrebbero voluto conquistare il monopolio politico, senza esclusione di colpi”.

Bruno Zevi rientra a Roma nel 1944, seguito due anni dopo dalla giovane moglie. Tornati, il primo si dedicherà alla politica e alla sua passione, l’architettura, la seconda comincerà a fare la giornalista per la Stampa Estera. Ad accoglierli, però, il gelido teatro della Guerra Fredda e un Paese diviso, culturalmente e politicamente.

Agli Zevi la lotta comunista-antifascista non interessava. Così come storcevano il naso riguardo a quella “egemonia culturale” che andava imponendosi negli ambienti più intellettuali di Roma in quegli anni. Il denaro che all’epoca riceveva l’USIS in Italia, era danaro pubblico americano, veicolato eventualmente dalla CIA.

Ma lo stesso avveniva per il danaro che il PCI riceveva dalla Russia, veicolato da altrettanti segreti emissari. Entrambe queste somme di danaro confluivano in Italia e si scontravano sullo scenario culturale, l’uno contrastando il comunismo dell’altro, e viceversa l’altro pascendosi di anti-americanismo.

Bruno Zevi, romano, raffinato, cosmopolita, dal ricercato senso civico, eccelso storiografo dell’architettura, intuì che proprio il fattore culturale potesse essere il ponte, da costruirsi tra Italia e Stati Uniti d’America. Il clima che imperversava in Italia era alquanto grigio e l’atmosfera distorta: chi riceveva danaro dall’USIS, finiva con l’essere giudicato e creduto un venduto, al soldo “dell’altra parte intellettuale” . La egemone politica culturale in Italia, infine risultava al soldo dell’URSS e pagata dai russi. E perché con l’ URSS sì e con gli USA no?

Resta alla fine un dato di non poco conto, rilevante sul terreno sul quale si era combattuta questa battaglia, ovvero che ciò che ha vinto alla fine in Italia, è stata la democrazia liberale, nonostante la questione, molto probabilmente, non sia stata ancora né sufficientemente chiusa, né sufficientemente aperta. Il 1948 in Italia, fu l’anno della scelta.

Né l’una né l’altra parte sarebbe davvero andata bene agli italiani. Si optò perciò, in un clima che presagiva divisioni e competizione, – ad eludere ed allontanare dissapori che affatto avrebbero giovato alla tenuta dell’Europa, tantomeno dell’Italia- per la DC, la Democrazia Cristiana, come punto di unione e di pacificazione tra le forze in concorrenza tra loro.

Non è un caso che De Gasperi, come Schuman e anche Adenauer, fossero proprio cattolici e che a loro si debba la coesione pacifica dell’Europa di quegli anni dal secondo dopoguerra. Fu Randolfo Pacciardi, Ministro della Difesa italiana dal 1948 al 1953, colui tra gli artefici dell’ingresso del nostro Paese nella Nato, a dire “Meglio una messa al giorno, che una messa al muro”.

In Italia, finalmente, l’idea della democrazia liberale fa il suo ingresso, ma non si capisce bene ancora oggi cosa tutto questo abbia significato ed è ciò che continua a riempire di dubbi la nostra tenuta politica.

Il ponte dunque che fu gettato dagli Zevi, pare essere stato un ponte che nessuno volle davvero attraversare, con la conseguenza che andò generandosi, dopo il fascismo, una destra marginale e una sinistra predicata e non radicata. L’Italia entrò così a far parte da quel momento della sfera delle democrazie liberali occidentali, ma senza davvero crederci fino in fondo o comunque non con la dovuta e maturata consapevolezza.

Le relazioni culturali che si stabiliscono subito dopo l’immediato dopoguerra, poggiano sulle convinzioni dell’antifascismo e contrariamente, dall’altra parte, dell’anticomunismo, in cui l’azionismo, -di cui ad esempio lo Zevi fece parte con la sua militanza nel P.A.-, entrava infine in collisione con entrambi.

Fu proprio il 1947, l’anno in cui il Partito d’Azione si sciolse, che fece confluire lo stesso Bruno Zevi nel Psi di Lombardi. L’unica soluzione moderata, in questo scenario conflittuale, venne accolta dal solo Ugo La Malfa. Ricostruire un’Italia culturale, un’altra Italia, pareva imperativo in quel clima di gelo e di terrore nucleare, e forse, non è questa l’Italia che avremmo voluto.

La figura di Bruno Zevi resta in parte, anche secondo altri intellettuali, molto appannata. Certamente la ragione principale per cui il personaggio generava e continui ancora oggi a generare disagio, risiede nell’ambiguità del suo passato e del suo rapporto con gli Stati Uniti, in cui si trovò in esilio durante il periodo delle Leggi razziali.

Zevi in realtà, come uomo-ponte, e come “homo-faber”, risulta uomo deluso, deluso da quello stesso sistema che lo aveva inizialmente insignito con medaglie, le onorificenze ricevute dal regime fascista e dallo stesso Mussolini in persona, come premio alla figura di spicco del mondo accademico dell’architettura italiana, quale Bruno Zevi fu.

Pur flirtando con il mondo fascista, volente o nolente, riesce comunque a produrre, da uomo autonomo e libero da vincoli, un suo progetto critico e storiografico, pur sempre “propagandando”, ma ripiegando sulla sua particolare autenticità di architetto. Fu un rivoluzionario della storiografia dell’architettura italiana e grande divulgatore.

Alcuni hanno anche definito la sua, “La terza via dell’architetto”: un personaggio trasversale, che costruirà la sua autorevolezza soprattutto grazie alla vicinanza della presenza di quella che fu una donna che seppe tessere nei salotti romani tra le più raffinate relazioni diplomatiche a livello internazionale, Tullia Zevi. Certamente se qualcuno quel ponte lo attraversò, furono proprio i due.

La questione più importante poggiava sul “come” l’aspetto culturale si potesse porre in quelli che furono gli anni della Guerra Fredda. Si ricordi che gli investimenti culturali in quegli anni superarono le spese per la NATO. La Guerra Fredda in Italia, fu innanzitutto guerra culturale, e dunque diplomatica, giocata tra la dimensione delle relazioni diplomatiche e parallele. Zevi fu uomo paradigmatico, egli tendeva a demolire le condizioni preesistenti per proporne di nuove, così come la moglie.

Nel caso di Bruno, lo caratterizzavano il suo pregresso, tra vita da espatriato, immigrato e infine azionista. In questo senso, sappiamo che l’attenzione per l’Italia da parte degli Stati Uniti comincia da prima del 1945, proprio con l’azione antifascista americana perpetrata da fondazioni come la Mazzini Society.

L’obiettivo, fino al 1943, degli USA, sarà di vincere la guerra, in cui l’Italia è il fronte, ed è proprio dal quel momento che si avvia gradualmente la volontà americana per la sua presenza nel nostro Paese. Questo matrimonio culturale forzato ha comunque contribuito positivamente a formare l’Italia che conosciamo? O ha soltanto impoverito il tessuto culturale? Il dibattito fra liberali è stato sufficientemente aperto e affrontato?

L’Italia, con il suo sapere tecnico e il potenziale della sua politica estera, senza un vero scenario culturale, sta diventando oggi insignificante?

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