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'Là dove tutto nacque'

Tunisia e Egitto cercano il proprio futuro, aspettando le elezioni

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Adesso che le grandi testate giornalistiche e le tv internazionali “stanno” sulla Libia, sui morti silenziati nelle strade di Bengasi e Tripoli, sui jet e le unità navali libiche che defezionano a Malta, sull’ultimo folle discorso di Muammar Gheddafi –  i manifestanti sono dei “ragazzi bene che mangiano banane … drogati dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna”, ridicolo -  insomma prima di perderci (purtroppo) nell'inconsistenza seriale di cronache di scontri e nelle vaghe quanto imprecise contabilità di morte, torniamo per un attimo “là dove tutto nacque”: Tunisia e Egitto.

In Tunisia il governo provvisorio fa i conti con uno Stato da rifondare e con i contenziosi che necessariamente si pongono dopo venticinque anni di regime dittatoriale. Innanzitutto i conti con l'ex-dittatore (malato?) Zine El Abidine Ben Ali, riparato nelle prime ore della rivolta tunisina a Malta e poi in Arabia Saudita con famiglia al seguito. Di lui si sa ben poco: attacco cardiaco, coma, ammuina. Non si sa. Quello che si sa invece, è che il governo provvissorio tunisino ha inoltrato formale richiesta di estradizione al governo di Ryad per Ben Ali e congiunta.

Sappiamo che il ministro dell'interno tunisino, Farhat Rajhi, ha depositiato la richiesta di scioglimento del partito di Ben Ali, il Rassemblement Constitutionel Democratique (RCD), al Tribunale di prima istanza di Tunisi. Una richiesta che, in realtà, ha solo formalizzato una situazione di fatto, dato che il ministero dell'interno aveva già, lo scorso 6 Febbraio, decretato l'interruzione di tutte le attività del RCD sul territorio tunisino.

Sul fronte governativo, Mohammed Ghannochi resta il presidente dell'esecutivo ad interim. Ieri ha inoltre prestato giuramento il nuovo ministro degli esteri Mouled Jefi, dopo le coatte dimissioni di Ahmed Abderraouf Ounaies, reo di aver definito la titolare del Quai d'Orsay, la ministra degli esteri francese Michelle Alliot-Marie, “innanzitutto un'amica della Tunisia”, lei che in questi giorni si trova sotto fuoco nemico (e amico) per le sue connivenze, perduranti a “rivoluzione dei gelsomini” inoltrata, con il clan Ben Ali.

Ma gli ultimi giorni sono anche stati quelli degli incontri internazionali in Tunisia. I senatori repubblicano John McCain e l'indipendente Joseph Lieberman hanno dato il loro sostegno politico (domani economico) al governo di Tunisi, a margine di un “fact-finding mission” del Senato statunitense sul governo post-rivoluzionario in Tunisia. Anche gli europei si sono mossi: la burocrate Ashton, il capo della diplomazia europea (sic!), ha impegnato l'Europa, e in particolare la Banca Euopea degli Investimenti a prendersi in carico la definizione di aiuti, paese per paese, nel grande nuovo corso arabo.

Quanto all'in Egitto, in attesa che la giunta militare crei le premesse minime perché le elezioni del prossimo Settembre possano avere luogo, due segnali del dopo-Mubarak non sono per niente incoraggianti. Innanzitutto due navi iraniane hanno passato il canale di Suez giorni fa, la prima volta dal cambio di regime a Teheran nel 1979; e poi lo sceicco Qaradawi, il leader spirituale e politico della Fratellanza Musulmana, è rientrato al Cairo. Non c’è da stare allegri per il momento.

Nel frattempo gli europei accorrono (anche qui) e parlano con i nuovi governanti del Cairo. Ieri è stato il turno di Franco Frattini, il ministro degli esteri italiano, il quale ha lanciato un tavolo commericiale italo-egiziano, parte di un più largo “piano Marshall” per tutto il nord-africa e il medioriente. Ricevuto dal suo omologo egiziano del governo ad interim, Frattini ha anche incontrato il presidente del supremo consiglio delle forze armate e ministro della difesa in carica, Mohammed Hussein Tantawi, il super graduato dell’Egitto in transizione.

Il capo della Farnesina si è inoltre intrattenuto con l'attuale segretario della Lega Araba, Amr Moussa, che secondo un sondaggio YouGovSiraij di qualche giorno fa, sarebbe il favorito alle prossime presidenziali in Egitto, con il 69% delle intenzioni di voto. Oggi sarà il turno della diplomazia di Berlino. Guido Westerwelle, il ministro degli esteri federale tedesco e leader della Fdp, una delle due colonne della coalizione con la Cdu/Csu, incontrerà anche lui i soliti noti della transizione egiziana.

Inoltre negli scorsi giorni sono accorsi, silenziosamente, anche il primo ministro britannico David Cameron - che si è concesso anche un 'pit stop' democratico in piazza Tahrir – e un emissario del governo di Gerusalemme di Benjamin Netanyahu. Anche la onnipresente Ashton è andata in Egitto, a promettere soldi di cui non puo gestire l'erogazione. Ma questa è tutta un'altra storia.
 

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