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Turchia: Erdogan stravince ma non conquista il parlamento

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Recep Tayyip Erdogan, capo del partito islamico moderato Giustizia e Sviluppo (Akp), è il vincitore delle elezioni che si sono svolte ieri in Turchia per il rinnovo del parlamento monocamerale (550 seggi). Con il 47 per cento dei consensi, l’Akp amplia notevolmente il suo elettorato, rispetto al 34,3 per cento precedente. Nelle elezioni del 2002, i seggi disponibili in parlamento sono stati suddivisi tra due partiti, l’Akp e il Partito Repubblicano del Popolo (Chp), non avendo le altre formazioni raggiunto la soglia di sbarramento del 10 per cento. Con il 14 per cento di ieri ottenuto dal Partito di azione nazionalista (Mhp), cui fanno storicamente riferimento i Lupi Grigi, e il successo del Partito della Società Democratica curdo (Dtp), che per un soffio è riuscito ad aggirare lo sbarramento presentando i propri candidati come indipendenti, le formazioni politiche presenti in parlamento sono cresciute di numero. All’Akp andranno 341 seggi, 111 al Chp (che ha conseguito il 21%), 69 al Mhp e 25 ai nazionalisti curdi. Ma a dispetto della maggiore forza politica, l’Akp perde quota in Parlamento, dove nella precedente legislatura disponeva di 352 seggi. I 341 di oggi garantiscono la formazione di un governo monocolore, ma si tratta di una cifra ben lontana da quel quorum dei due terzi richiesto per l’elezione del presidente della Repubblica e per le riforme costituzionali (367 seggi) e ciò a causa della legge elettorale. Solo alleandosi con i curdi del Dtp, Erdogan potrà superare l’opposizione ai suoi progetti del Chp e del Mhp.

La vittoria del partito islamista rimane comunque eclatante. La campagna elettorale dai toni molto accesi ha mobilitato la partecipazione della componente più integralista dell’elettorato e ciò spiega anche il consenso ottenuto dal Mhp. Un vento islamista sembra soffiare sulla Turchia ed è lo stesso Erdogan a rafforzare tale preoccupazione. Nei discorsi pre-elettorali, l’argomento Europa è stato un tabù. Nei suoi 55 comizi in 15 giorni, il premier uscente si è fatto spesso accompagnare dalla moglie con il suo inseparabile velo. Nelle accese fasi finali, Erdogan ha perfino riproposto la candidatura di Gul, suo ministro degli Esteri e anch’egli sposato con una donna che indossa il velo, contraddicendo quanto precedentemente affermato sull’opportunità di un’elezione bipartisan del capo dello Stato.

Di Europa e di riforme, di scelte condivise e di sviluppo economico, Erdogan è però tornato a parlare a spoglio terminato, pur sempre con a fianco la moglie velata. La folla riunitasi per celebrare la vittoria, al grido unanime di “Gul presidente”, si aspetta una prova di coraggio da parte del suo leader. Tuttavia, per Erdogan sarà difficile accontentare l’elettorato che ancora una volta gli ha confermato la fiducia. I numeri non sono dalla sua parte, e se pure dovesse raggiungere un accordo con il partito curdo per imporre un presidente d’ispirazione islamica, il premier corre il rischio di screditarsi a livello internazionale, di complicare il cammino della Turchia verso l’ingresso in Europa e di scontrarsi nuovamente con le Forze Armate e della componente laica della società turca. Gli animi sono già fin troppo surriscaldati, come dimostrano gli scontri armati tra i militanti di opposte fazioni verificatisi in diverse zone del paese, con un bilancio di otto feriti.

Erdogan dunque vince le elezioni con ampi consensi, ma ha di fronte un parlamento più frammentato e deve rispondere a un elettorato con aspettative maggiori rispetto al 2002. Le questioni che hanno portato alle elezioni anticipate restano ancora sul tappeto e il braccio di ferro con le Forze Armate, è destinato a continuare almeno fino a quando non sarà eletto il nuovo presidente e non si svolgerà il referendum costituzionale previsto per ottobre. E se Erdogan si gode il successo elettorale, tanto grande da fare invidia a molti leader europei, le Forze Armate celebrano comunque una loro vittoria. Alla vigilia del voto, con l’appoggio del generale Mehmet Yasar Buyukanit, capo di Stato Maggiore turco, il presidente della Repubblica, Ahmet Necdet Sezer, ha respinto, per la quinta volta, la candidatura sostenuta dall’Akp dell’ex ambasciatore turco ad Atene, Tahsin Burcuoglu, a presidente del Consiglio nazionale per la sicurezza. Si tratta di una specie di governo-ombra, istituito dopo il golpe del 1960 e presieduto da militari fino al 2003. Dopo le pressioni dell’Unione Europea, Erdogan è riuscito a sancire il passaggio da una presidenza militare a una civile, ma il rifiuto di nominare Burcuoglu successore di Apogal ha aperto una vacatio che è stata colmata, per legge, dal vice presidente militare dello stesso Consiglio, il generale Orham Akdag.

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