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Turchia: il paese spezzato

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di Efraim Inbar

La Turchia è un paese affascinante, con bei paesaggi, una ricca storia e persone ospitali che dibattono sul futuro della loro nazione. Auto-definitasi come il ponte tra Europa e Asia e tra Islam e Cristianesimo, la Turchia rappresenta una realtà variopinta, piena di sfaccettature. La cosa più importante, tuttavia, è che la Turchia è d’importanza strategica. Con l’avvicinarsi delle elezioni parlamentari, previste per luglio, è interessante osservare l’intenso dramma politico che si sta svolgendo sotto i nostri occhi.

Recentemente il mio lavoro mi ha portato di nuovo da quelle parti, ma questa volta l’atmosfera era molto tesa. Insieme ad alcuni amici turchi ho assistito alla protesta che più di un milione di laici turchi hanno messo in piedi ad Izmir, città portuale sull’Egeo, contro il proto-islamico Partito della Giustizia e dello Sviluppo (AKP), al potere da novembre 2002. Praticamente tutti nella mia comitiva - professori, studenti e uomini d’affari impegnati a sostenere l’Università - erano molto compiaciuti dal gran numero di loro connazionali coinvolti nella manifestazione: un’ulteriore prova di forza contro l’AKP in vista delle prossime elezioni.

Le dimostrazioni contro l’AKP riflettono il diffuso e radicato sospetto che tale partito voglia minare la laicità del sistema politico dando alla società turca uno spiccato carattere islamico. La recente crisi è stata suscitata dal tentativo fallito dell’AKP di eleggere come Presidente l’attuale Ministro degli Esteri, Abdullah Gul. Il braccio destro del Primo Ministro, Recep Tayyip Erdogan, è molto contestato perché sua moglie porta il velo. Per i laici, che insistono nel chiedere il divieto di indossare questo simbolo islamico all’interno delle istituzioni pubbliche, Gul e la sua consorte rappresentano un affronto alla lunga tradizione laica kemalista. Finora, tuttavia, nonostante la veemente campagna di secolarizzazione - a tratti venata di intolleranza giacobina - cominciata dallo tesso Ataturk, una larghissima parte della società turca è rimasta tradizionalista e appoggia l’AKP.  

Il punto di vista dei miei amici, in particolare, rispecchia le recenti manifestazioni anti-AKP e il loro slogan: “né per la Sharia, né per il colpo di stato”.  Quest’affermazione cattura alla perfezione il dilemma dei suoi sostenitori, che vogliono una democrazia laica e rifiutano l’intervento dell’esercito, ma sono anche restii ad accettare l’eventuale esito di un voto capace di accrescere l’influenza politica dei filo-islamici. Pur sapendo che le democrazie devono consentire cambiamenti all’interno della sfera pubblica, i laici si oppongono a richieste quali l’abolizione del divieto di portare il velo e la limitazione della vendita di alcolici, percepite come un’indebita ingerenza islamica.

A causa del successo dell’AKP e dell’ambiguità dei suoi obiettivi politici di lungo-periodo, da una parte, e del fermo anti-clericalismo della maggior parte dei laici, dall’altra, la Turchia è nel bel mezzo di una crisi politico-identitaria.

L’AKP ha da poco dato il suo consenso alle elezioni anticipate per evitare l’intervento dei militari. Il voto è considerato un test crucciale per entrambe le parti di questa società polarizzata. I partiti laici stanno freneticamente tentando di mettere in piedi coalizioni capaci di superare quello sbarramento del 10 percento che li aveva bloccati nel 2002 permettendo, tra l’altro, all’AKP di conquistare un’ampia maggioranza in parlamento. La possibilità di diminuire l’influenza del Partito della Giustizia e dello Sviluppo ha galvanizzato gli animi e portato nuovi attori sulla scena politica. Anche i sostenitori dell’AKP si sono mobilitati, fiduciosi nel successo del loro partito e nel fatto di parlare in nome delle democrazia. Alcuni dei miei interlocutori turchi che si riconoscono nel partito di maggioranza si dicono sicuri della schiacciante vittoria dell’AKP. L’appassionato attivismo tanto degli oppositori, quanto dei sostenitori di questo partito, ad ogni modo, rende il clima politico molto teso.  

Anche se i fini ultimi dell’AKP non sono chiari, il partito di governo ha sempre rispettato le regole democratiche, ha spinto per l’entrata del paese all’interno della UE e realizzato importanti riforme a tale scopo. Sotto la guida dell’AKP, il governo è anche riuscito a salvare l’economia turca da un’inflazione galoppante e dalla corruzione dei politici. Alcuni esponenti del partito potrebbero diventare il vessillo di quel tentativo di integrare Islam e modernità, così necessario per strappare il mondo musulmano dal declino.

Tutto questo, però, non è abbastanza per distogliere le vecchie élite laiche dalla convinzione che l’AKP non è altro che un lupo travestito da pecora, intento a perseguire in modo molto sottile la sua agenda filo-islamica. Per molti dei miei amici laici il termine “Islam moderato” è assolutamente inaccettabile e l’opposizione a qualsiasi influsso musulmano sulla vita pubblica irrinunciabile. Si rifiutano di prendere in considerazione la possibilità che l’AKP si conformi al modello dei partiti democristiani occidentali.

Nelle prossime elezioni parlamentari, probabilmente, solo 3-4 partiti supereranno lo sbarramento del 10 percento, aumentando l’esigenza di un  governo di coalizione. Fino ad ora nessuna formazione politica ha annunciato che boicotterà l’AKP, lasciando così prevalere logiche pragmatiche. Il futuro della Turchia dipende in gran parte dalla capacità del suo sistema politico di costruire un clima di tolleranza, che incentivi la cooperazione tra i seguaci del laicismo e quelli dell’Islam e che assicuri il rispetto delle regole democratiche da parte di tutti, compreso l’esercito.

 

Efraim Inbar è Professore di Scienza Politica all’Università di Bar-Ilan e Direttore del Centro di Studi Strategici Begin-Sadat.

 

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