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Turchia: la questione curda infiamma le elezioni

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La decisione presa dal premier Erdogan di non chiedere al Parlamento l’autorizzazione a intervenire militarmente nel Kurdistan iracheno prima delle elezioni politiche del 22 luglio, non ha certo contribuito ad attenuare la tensione al confine con l’Iraq dove il Partito dei Lavoratori del Kurdistan (PKK) ha stabilito numerosi campi di addestramento. La tregua tra i separatisti curdi ed Ankara è durata solo quattro anni e nel 2004 gli scontri sono ripresi con sempre maggiore intensità, tanto che si fa sempre più probabile un intervento dell’esercito turco anche oltre confine. Già in passato l’esercito turco ha attraversato la frontiera per dare la caccia ai militanti del Pkk, riuscendo negli anni Novanta a distruggere una parte dell’infrastruttura terroristica del partito curdo in Iraq. Secondo il ministro degli Esteri iracheno, Hoshyar Zabari, la Turchia avrebbe già ammassato sulla linea di confine 140 mila soldati.

La tensione si è ripercossa anche nei rapporti della Turchia con i governi di Iraq e Stati Uniti. Da Ankara piovono accuse di lassismo nei confronti del Pkk. Baghdad non offrirebbe alcun contributo e la presenza di Washington nella regione è ritenuta insufficiente. Effettivamente, per quanto gli americani lo considerino un’organizzazione terroristica, il Pkk al momento non rappresenta una priorità per l’Amministrazione Bush, che preferisce concentrare gli sforzi sulla sempre lontana stabilizzazione dell’Iraq, soprattutto alla luce della relativa stabilità Kurdistan iracheno. Per questo motivo, Washington si è detta contraria a un intervento militare turco, a supporto della posizione già espressa da Baghdad.

Sul fronte interno, lo scontro tra le istituzioni secolari e il partito islamico Giustizia e Sviluppo (AKP) guidato da Erdogan si combatte anche sul terreno della questione curda. Un intervento in Iraq sarebbe altamente popolare e nessuna forza vuole apparire debole agli occhi del pubblico in materia di sicurezza nazionale, specie in vista delle elezioni. E’ molto probabile che l’Akp conquisterà nuovamente la maggioranza, ma stando alle previsioni senza raggiungere i due terzi dei seggi necessari a cambiare la Costituzione. Di conseguenza, per il successo dell’Akp dipenderà dal risultato dei partiti più piccoli. Nelle elezioni precedenti solo il partito Popolare e Repubblicano (CHP), d’ispirazione kemalista, è riuscito a superare la soglia del dieci per cento e ad entrare in Parlamento. Adesso però, il partito Nazionalista dell’Azione (MHP), che nelle elezioni del 2002 non ha raggiunto la percentuale necessaria, sta facendo una forte propaganda in favore di un intervento in Iraq nella speranza d’incrementare i consensi e rientrare in Parlamento. La linea dura dei nazionalisti mette in imbarazzo l’AKP, perché anche la leadership dell’esercito ha dichiarato di essere pronta a intervenire. Per di più, il comandante delle Forze Armate, il generale Yasar Buyukanit, ha affermato che è il governo a rappresentare l’unico ostacolo all’intervento. La pressione cui Erdogan è sottoposto dunque è enorme. La sua decisione di posticipare la richiesta di autorizzazione al Parlamento senza escludere l’intervento, è stato un modo per rimandare un provvedimento che rischia di creare non poche tensioni diplomatiche senza dare agli elettori segni di debolezza.                                                                                                                                                     

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