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Tutta la verità sull’offerta di pace araba a Israele

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Durante la sua ultima visita in Israele, il segretario di Stato americano, Condoleeza Rice, ha dedicato particolare attenzione alla ripresa dell’iniziativa di pace araba formulata dai sauditi nel 2002. Questo ha fatto crescere le aspettative sulla possibilità che il summit della Lega Araba di Riyad fornisse una soluzione per la  ripresa del processo di pace con Israele.

Di sicuro, i diplomatici israeliani speravano che i capi di stato arabi adottassero una modifica del piano di pace che rimuovesse ogni riferimento al ritorno dei rifugiati palestinesi in Israele, considerato un ostacolo alle trattative da tutti i partiti politici del paese.

Quando ciò è apparso improbabile, in molti hanno ritenuto che in mancanza di cambiamenti nella forma della proposta, ci sarebbe stata almeno qualche dichiarazione a margine della conferenza, per andare incontro all’opinione pubblica israeliana.

Ma l’iniziativa di pace araba è partita col piede sbagliato, quando il ministro degli esteri saudita, Saud al Faisal, ha avvertito Israele che il rifiuto del piano avrebbe lasciato il suo destino nelle mani dei signori della guerra. Più che margini negoziali, a Israele è stato dato un ultimatum.

Questo non era lo stile né del presidente egiziano Sadat né del re saudita Hussein, ma si tratta di un modo alquanto grezzo per offrire a Israele una qualche forma di modus vivendi.

Inoltre, se Israele pensava che la diplomazia dell’ottimismo fosse basata su un coordinamento ben prestabilito tra Stati Uniti e Arabia Saudita, è rimasto completamente spiazzata dalle rivelazioni di Jim Hoagland sul Washington Post, secondo cui il re saudita Abdullah avrebbe cancellato la cena di gala di metà aprile con il presidente George W. Bush alla Casa Bianca. Nel corso dello stesso summit di Riyad, Abdullah si è lanciato in una forte critica verso gli Stati Uniti, definendo la presenza americana in Iraq come “un’illegittima occupazione straniera”.

L’Arabia Saudita ha dato dunque un chiaro segnale di cambiamento nella sua politica verso gli Stati Uniti. Hoagland ha appreso da fonti dell’amministrazione americana che Riyad ha deciso di cercare per il momento un terreno comune con Iran, Hamas e gli Hezbollah. Si capisce ora il motivo per cui i sauditi hanno scelto di rafforzare Hamas con l’Accordo della Mecca a spese di Mahmoud Abbas, che da allora è diventato politicamente sempre più marginale.

Se oggi l’Arabia Saudita ha deciso di prendere le distanze dagli Stati Uniti, come può Washington pensare che i tempi possano essere maturi per un riavvicinamento tra arabi e Israele sotto la sua egida? Scott Mac Leodd, del magazine Time, ha concluso che i sauditi hanno lasciato la Rice “in alto mare”.

Quando l’iniziativa saudita fu discussa nel 2002al summit della Lega Araba di Beirut, Hamas, colpì il Park Hotel in Netanya nel corso della Pasqua ebraica, uccidendo 29 israeliani e ferendone oltre 150. All’epoca, l’Arabia Saudita non lanciò alcun segnale ad Israele di essere seriamente intenzionata a favorire la pace tagliando i finanziamenti ad Hamas. Questi, infatti, superarono il cinquanta per cento delle risorse incamerate dall’organizzazione jihadista palestinese nel 2003.

Inoltre, i sauditi non si sono fatti avanti direttamente con Israele, ma hanno scelto di lanciare la loro iniziativa tramite Thomas Friedman sulle colonne del New York Times. Il mezzo era il messaggio. La figura chiave che manteneva i contatti con la stampa per i sauditi era Adel al Jubeir, spedito a Washington per riabilitare l’immagine del regno negli Stati Uniti. Era chiaro quindi che l’iniziativa saudita non era diretta verso Israele, ma all’opinione pubblica americana post 11 settembre, rimasta scioccata dalla notizia che 15 dei 19 attentatori di New York e Washington erano cittadini sauditi.
 

Il prezzo del ritiro israeliano.

Il vero problema dell’iniziativa di pace saudita va ben oltre la tanto discussa questione del “diritto di ritorno” dei profughi palestinesi. Il piano saudita richiede il “pieno ritiro” da “tutti i territori” che Israele ha occupato quarant’anni fa, con la guerra dei sei giorni del ’67, negando in questo modo la flessibilità che la risoluzione 242 del Consiglio di sicurezza dell’Onu lascia intenzionalmente nella definizione dei confini territoriali.

Adottare il piano saudita per come è stato presentato porterà chiaramente ad una ri-divisione di Gerusalemme. Vorrebbe inoltre privare Israele di “confini difendibili”, che il Presidente Bush ha definito un diritto nell’aprile del 2004 in una lettera al primo ministro Sharon. Nel 2007, con il jihadismo qaedista che prende sempre più piede nella regione, le garanzie di sicurezza ricordate da Bush sono sempre più importanti.

Le rassicurazioni contenute nella lettera sono fondamentali e sono state la principale merce di scambio che Israele ha ottenuto per il disimpegno da Gaza. Ora però la lettera sembra caduta nel dimenticatoio. C’è infatti una contraddizione lampante tra il recente sostegno dell’amministrazione Bush al piano saudita e le rassicurazioni inviate per iscritto a Sharon solo tre anni fa.

Va detto che in passato Israele non ha dovuto pagare il prezzo di dichiararsi anche solo formalmente disposta al ritiro completo per negoziare con gli arabi. La conferenza di pace di Madrid del 1991 si è basata sulla risoluzione 242 e ha preparato la strada a un avvicinamento diplomatico tra Israele e i paesi del Golfo, Arabia Saudita inclusa. Se la 242 è stata sufficiente nel 1991, perché non dovrebbe esserlo nel 2007?

Anche la pace che i sauditi hanno proposto in cambio del completo ritiro non è come può apparire  ai poco informati. La promessa di una “relazione normale” con Israele riprende una formula diplomatica siriana risalente agli anni novanta, equivalente in realtà a una versione annacquata di quella pace “all’europea”  che si chiama “normalizzazione”.

Ciononostante, l’iniziativa saudita è considerata una grande opportunità per Israele e il mondo arabo: il ritiro completo in cambio della pace totale, anche se ci sono seri dubbi che questo sia il vero intento saudita.
 

La vera priorità dei sauditi: contenere l’Iran, non la pace con Israele

Oggi, come nel 2002, la pace con Israele non è tra le priorità del governo saudita. Il suo problema principale non è il conflitto tra Israele e palestinesi, nonostante la forte identificazione ideologica della monarchia con la causa palestinese. L’attivismo diplomatico saudita, invece, è dovuto alla minaccia rappresentata dal rapido espansionismo iraniano e alla debole risposta occidentale.

Ahamadinejad persegue l’obiettivo di una seconda rivoluzione khomeinista, il che comporta un’intensificazione degli sforzi iraniani nell’esportazione dello sciismo rivoluzionario ovunque sia possibile. In alcuni paesi a predominanza sunnita, quali ad esempio Sudan e Siria, gli iraniani sperano di convertire i sunniti allo sciismo. Nel Golfo, la componente sciita è già molto consistente. In Arabia Saudita, infatti, il principale elemento critico si trova nelle province orientali ricche di petrolio abitate a maggioranza da sciiti. Nel vicino Bahrein, da poco collegato all’Arabia Saudita con un ponte, l’80% della popolazione è sciita.      

Il potenziale per lo scoppio di una rivoluzione è altissimo. Nel 1979 e nel 1980, l’Iran khomeinista supportò l’insurrezione sciita nelle province orientali dell’Arabia Saudita. In base ai documenti del tribunale americano, responsabile degli attacchi alle Khobar Towers nell’est del regno fu Hizbullah al-Hijaz, un gruppo terrorista sciita manovrato da Teheran.

Che può fare l’Occidente? Dovrebbe rassicurare gli alleati del Golfo assumendo una condotta più decisa verso l’Iran. La Rice non sbaglia se intende favorire un avvicinamento tra Israele e paesi arabi approfittando dell’esistenza di un nemico comune, ma i suoi sforzi dovrebbero prendere strade completamente differenti.

L’Arabia sta affrontando una minaccia sunnita interna e una minaccia sciita esterna, per questo l’ultima cosa di cui ha bisogno è la presenza di negoziatori e giornalisti israeliani a Riyad. E con Hamas che è al potere nei territori palestinesi e si rafforza militarmente a Gaza, Israele non ha certo bisogno di sperimentare nuovi ritiri. In queste circostanze, contatti più discreti e meno pubblicizzati tra Israele e i suoi vicini hanno maggior senso di grandiose iniziative diplomatiche. Nella costruzione della pace, il tempo è essenziale.
 

Un approccio alternativo

Su cosa potrebbe incentrarsi un’iniziativa negoziale di questo tipo? In primo luogo, trovare punti di convergenza con quei palestinesi disposti a prendere le distanze dall’Iran. E se non emerge nessuna leadership palestinese, incoraggiare l’Egitto e la Giordania a impegnarsi seriamente nel contrastare la presenza terroristica che si annida al loro interno.

Al momento, però, non ci sono prove che questo sta avvenendo. Ma se l’Arabia Saudita sta cercando di accreditarsi come interlocutore costruttivo, dovrebbe utilizzare il suo peso politico ed economico dietro le quinte per neutralizzare quei gruppi che cercano di destabilizzare il Medio Oriente. Solo allora sarà possibile costruire i presupoosti per la pacificazione della regione.

Ad oggi, comunque, la priorità dell’Arabia Saudita è allineare gli arabi su una posizione comune per fronteggiare la sfida posta da Teheran. Riyad ha interesse ad includere anche Hamas nel fronte arabo antiraniano e non a favorire una forza più moderata che si contrapponga all’organizzazione jihadista palestinese e che rappresenti l’interlocutore d’Israele. Dato che per l’Arabia Saudita è più importante la questione iraniana che il conflitto israelo-arabo, Washington non dovrebbe essere sorpresa dall’esito del summit di Riyad.

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