Tutte le strade per uscire dalla crisi passano per il fisco

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Tutte le strade per uscire dalla crisi passano per il fisco

14 Aprile 2009

I governi dei vari Paesi impegnati nella elaborazione di strategie fiscali in grado di alleggerire gli effetti della crisi sui contribuenti in difficoltà si muovono un po’ in ordine sparso. Alcuni, peraltro, hanno introdotto misure che diminuiscono la pressione fiscale, altri, misure che l’aumentano (per reperire maggiori risorse da distribuire poi a livello centrale), altri, infine, un mix delle due.

Nel Regno Unito, per esempio, a parte il taglio temporaneo (fino al 31 dicembre 2009) dell’IVA dal 17,5% al 15% e a parte il rinvio (fino ad aprile 2010) dell’aumento delle imposte societarie per le Pmi dal 21% al 22%, è stato deciso di concedere alle imprese in difficoltà la possibilità di ritardare il pagamento delle imposte e la possibilità di contabilizzare fino a 50.000 sterline di perdite a fronte degli utili guadagnati negli ultimi tre anni, invece che soltanto nell’ultimo anno.

La Francia, per conto suo, ha deciso di abolire la taxe professionnelle (in sostanza la nostra Irap), anche se il costo dell’operazione, pari a circa 8 miliardi, dovrebbe essere però coperto con non meglio precisate imposte sostitutive.

In Bulgaria, anche al fine di incentivare la digitalizzazione del sistema di riscossione dei tributi, è stato invece deciso di concedere uno sconto fiscale del 5% per tutti i contribuenti che presenteranno la dichiarazione dei redditi per via telematica entro il 30 aprile.

Negli Stati Uniti, infine, sono allo studio le misure, in un certo senso, più suggestive. Il fisco americano è infatti venuto incontro alle vittime di Madoff (ma delle stesse misure potranno avvantaggiarsi, per esempio, anche i truffati da Allen Stanford, un altro finanziere che ha riservato ai propri clienti lo stesso trattamento), consentendo loro, laddove non abbiano sporto denuncia, di dedurre il 95% delle perdite subite, subito ribattezzate theft loss (perdite per furto), al netto di eventuali risarcimenti già ricevuti dalle autorità, mentre la deduzione per gli investitori che hanno presentato denuncia, potendo essi aver diritto a futuri rimborsi, sarà “solo” del 75%.

Il congresso americano ha inoltre avviato l’iter (molto in salita) di approvazione di una tassa del 90% sui premi erogati ai manager delle aziende che hanno beneficiato di un salvataggio pubblico (come AIG). Più in particolare il provvedimento dovrebbe riguardare le società che hanno ottenuto più di 5 miliardi di dollari e i singoli dirigenti con un reddito annuo superiore a 250.000 dollari.

Contro i ricchi residenti stranieri sembra invece essersela recentemente presa il Cantone svizzero di Zurigo. A febbraio infatti un referendum ha abolito il regime di tassazione fissa (flat tax) per i cittadini esteri che risiedono nel Cantone. I loro redditi saranno quindi tassati secondo il regime ordinario (per avere un’idea, a fronte del gettito che finora derivava dalla flat tax, per 260 milioni di euro, la tassazione ordinaria avrebbe generato un gettito per 2,6 miliardi di euro).

Anche la Cina ha deciso di stringere le maglie.

Il governo di Pechino ha infatti deciso di assoggettare a tassazione (business tax) le società estere che forniscono servizi all’interno della Cina, assimilandole, in sostanza, alle imprese residenti.

La nuova normativa avrà sicuramente effetti rilevanti se si pensa che negli ultimi anni migliaia di imprese avevano aperto proprie divisioni in Cina per approfittare del basso livello salariale e del beneficio dell’esenzione fiscale. L’effetto della nuova imposizione potrebbe inoltre avere valore retroattivo e colpire dunque anche il fatturato dell’anno passato.

Sempre la Cina però, per sostenere il proprio commercio estero (a febbraio scorso le vendite del made in China erano scese del 26%), ha annunciato che saranno introdotti incentivi fiscali alle esportazioni, consentendo alle aziende che operano sui mercati esteri di recuperare una parte dell’Iva dovuta sui propri prodotti esportati all’estero.

Infine anche il mondo del calcio si muove per cercare di evitare di essere travolto dalla crisi.

L’Uefa, sulla falsa riga di quanto già accade negli Stati Uniti nel baseball, nel football americano e nel basket, sta dunque pensando alla possibilità di introdurre il pagamento di una sorta di luxury tax, per cui le società (“ricche”) che pagano i loro calciatori più di un certo salario massimo (salary cap), dovrebbero essere tassate in base ad una determinata percentuale e quanto così versato dovrebbe poi essere ridistribuito alle squadre più “povere” (alcuni club spagnoli, per esempio, sono ormai sull’orlo della bancarotta).

Insomma, in un senso o nell’altro, una cosa è certa: tutte le soluzioni passano per il fisco (o almeno così sembra).