Tutti da Olindo e Rosa il sabato sera

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Tutti da Olindo e Rosa il sabato sera

31 Gennaio 2008

Sin dall’inizio, l’eccidio di
Erba sembrava fatto apposta per popolare gli studi televisivi e le pagine dei
quotidiani. Gli ingredienti per farne il nuovo caso Cogne c’erano tutti: una
strage clamorosa, con vittime di emblematica innocenza, tra cui ancora una
volta un bimbo; un indiziato iniziale sin troppo facile da accusare, parente
delle vittime ma “pecora nera” della famiglia; un prezioso testimone
miracolosamente scampato che scardina i soliti sospetti; e infine due imputati
tanto normali da essere inquietanti, che confessano tutto e poi ritrattano.

Sullo sfondo, due scenari di ordinaria follia: quello familiare e quello
condominiale, entrambi per qualche ragione degenerati, fino alla drammatica
conclusione. In entrambi i casi: perché la sorte di Azouz Marzouk, il tunisino
padre e marito di due delle vittime, risultato estraneo alla strage ma poi ricaduto
nei trascorsi di spacciatore, non è meno tragica dei quella dei coniugi Romano,
i vicini di casa maniaci dell’ordine e del silenzio tanto da trasformarsi in assassini.
Almeno, non agli occhi dell’opinione pubblica: la compravendita di biglietti
per assistere al processo per l’eccidio è l’altra faccia dei ricchi gettoni di
presenza corrisposti a Marzouk per comparire in televisione o in discoteca, per
indossare occhiali da sole o per le serate come ospite d’onore, prima che le indagini,
attraverso le intercettazioni ambientali, lo incastrassero. Le molte persone in
coda sin dall’alba di fronte al tribunale per aggiudicarsi uno dei sessanta
biglietti a disposizione non sono diverse dalle 150 famiglie che si erano
offerte di ospitare in casa propria il tunisino per gli eventuali arresti
domiciliari.

Intendiamoci: gli ammiratori dei criminali
da cronaca nera non sono un fenomeno nuovo né recente, e se Rosa Bazzi e Olindo
Romano ricevono in carcere le lettere di persone che credono alla loro
innocenza, sono in buona compagnia: tra gli ultimi Amanda Knox, Erika De Nardo,
e il “capostipite” Pietro Maso sono stati subissati dalle missive che
testimoniavano solidarietà, vicinanza o addirittura amore. Allo stesso modo, la
spettacolarizzazione della giustizia non è stata inventata dalla televisione:
le masse hanno sempre amato assistere a processi ed esecuzioni, che fossero di
streghe arse vive, di re ghigliottinati, di delinquenti comuni impiccati o di
detenuti nel braccio della morte destinati a un’iniezione letale. Ma grazie ai
mass media le due facce della reazione popolare di fronte al crimine sono ormai
una sola.

Nel caso di Erba, come già era stato tentato in quello del piccolo
Tommaso Onofri, i mass media hanno esercitato una funzione livellatrice,
presentando tutti i personaggi della vicenda come colpevoli, indipendentemente dal
loro ruolo. Ma tutto ciò non è avvenuto nel nome di una risentita condanna
morale, bensì sotto l’aspetto della morbosa indagine dei particolari privati
(privati, non umani: l’importante non è comprendere, ma svelare). E’ l’effetto
collaterale dell’incontro tra lo spettacolo che deve continuare e il solito giustizialismo,
nutrito di clamore molto più che di rettitudine: se tutti sono colpevoli, finisce
per non esserlo nessuno. Vittime e carnefici si dissolvono così nella superiore
dimensione della notorietà nazionale, e restano solo protagonisti di primo o
second’ordine, passibili in egual misura di ammirazione o condanna, di fare i
testimonial di moda o di essere fischiati in un’aula di tribunale; amati o
odiati, indifferentemente, purché intervistati.