Tutti guardano alla Libia ma non scordiamoci dell’Iraq
19 Luglio 2011
Si parla molto della guerra in Libia, delle nuove proteste in Tunisia, del limbo egiziano e dei massacri in Siria, meno di quello che sta accadendo in Iraq, ai confini con l’Iran e la Turchia, e nella penisola arabica, nello Yemen come in Bahrein.
In Libia sappiamo che le milizie di Bengasi hanno ripreso Brega, importante snodo petrolifero, ma sono ancora lontane da Tripoli, né fino adesso è scattato l’attacco a tenaglia con i ribelli annidati sulle montagne a poche decine di chilometri dalla capitale. La Nato continuerà ad attaccare ma a prevalare sembra la ricerca di una soluzione politica, anche se non è chiaro quale visto che Gheddafi non vuole andarsene.
In Tunisia sappiamo che un altro ragazzo è morto durante le proteste contro il nuovo governo. Ha fatto meno scalpore del giovane che si diede fuoco in piazza dando inizio alla sollevazione del mondo arabo ma dimostra che i vecchi problemi non sono stati tutti risolti; anche in Marocco la polizia ha dovuto separare i giovani e le opposizioni che rivendicano le conquiste ottenute negli ultimi mesi dai manifestanti pro-Mohammed VI, il re costituzionale.
In Egitto resta da capire se la giunta militare riuscirà a contenere le piazze fino all’elezione e se la spaccatura che sembra essersi aperta nella Fratellanza Musulmana è un elemento di debolezza per gli islamici o solo un’altra dissimulazione. Quanto valgono le forze che si sono raccolte in Piazza Tahrir e come distinguere il grano dal loglio? La Siria è il capitolo peggiore: l’insurrezione continua e nessuno fa niente per fermare Assad.
Fin qui notizie e scenari più o meno noti. Molto meno sappiamo, e invece dovremmo, di cosa sta accadendo in Iraq, dove sono riprese a scoppiare le bombe. Nei giorni scorsi è morta un sacco di gente e giugno è stato il mese più sanguinoso dai picchi dell’anno scorso. Non è chiaro, ma preoccupa, il motivo per cui l’Iran ha spostato delle truppe verso il confine iracheno, pare con il nullaosta di Ankara, e sempre a danno dei curdi (una componente decisiva del nuovo Iraq). Cos’ha in mente Teheran visto che entro la fine del 2011 gli Stati Uniti dovrebbero ritirare le proprie truppe da Baghdad?
Gli accordi con il governo iracheno potranno essere rinegoziati oppure gli Usa saranno "costretti" ad andarsene? Che effetti potrebbe avere una azione congiunta turco-iraniana sulla amministrazione Obama ed è possibile che gli americani possano giocare d’anticipo cercando nuovi ammiccamenti con la Repubblica khomeinista, scossa dalla fronda interna contro Ahmadinejad? E infine come procedono, se mai sono iniziati, i negoziati ‘coperti’ fra Teheran e Riad sulla questione del Bahrain e del Golfo? Anche in questo caso l’America rischia di essere tagliata fuori se non farà sentire la sua voce. Per non dire dello Yemen, dove si registra una recrudescenza sempre più pericolosa di Al Qaeda.
C’è una primavera araba più visibile e che tutti seguiamo e conosciamo ed una guerra fredda meno percepita e che rischiamo di ignorare. La prima è fatta di appuntamenti che si spera non vengano traditi (in Nordafrica), la seconda è piena di interrogativi che per adesso non trovano risposta (Iran, Iraq, Turchia, Arabia Saudita). In mezzo c’è la Siria, dove si continua a morire.
